24.12.25

24 dicembre: Il ticchettio della Vigilia di Natale

Monti Metalliferi, Sassonia, Vigilia di Natale.

La via del villaggio di Lichtenau giaceva sotto una spessa coltre di neve scintillante. Normalmente, a quell’ora le strade sarebbero state piene delle risa dei bambini e del rintocco delle campane della chiesa. Ma oggi regnava il silenzio. Un silenzio profondo, opprimente.
La fitta nebbia, calata nel pomeriggio, attutiva ogni suono e faceva tremolare irrequieta la luce nelle finestre, come se le candele lottassero per non soffocare.
Michael era seduto  nella sua piccola bottega di orologiaio, che aveva chiuso anni prima. Era stato il miglior orologiaio della regione, ma da quando sua moglie era morta, non aveva più toccato una sola molla. La sua fede nel significato del tempo era svanita.
Sul tavolo davanti a lui c’era il suo orologio da tasca d’oro. Da tre anni segnava esattamente le 18:00 – l’ora della distribuzione dei regali di Natale. Si era fermato in quell’istante, quando sua moglie era morta.
Ma oggi, alle 18:00, tre ore prima, in tutto il villaggio il tempo si era fermato. L’orologio del campanile non aveva più suonato; per la strada non c’era più anima viva. Era come se la nebbia avesse inghiottito il tempo stesso.
All’improvviso bussarono piano alla porta. Michael l’aprì e non vide nessuno – solo un piccolo scrigno di legno consumato sulla soglia. Lo raccolse.
Dentro c’era un carillon antichissimo, sul cui coperchio era inciso un angelo. La piccola chiave per caricarlo mancava, e il carillon aveva una brutta crepa. Il suo delicato meccanismo a orologeria era preciso e complesso come i migliori orologi di Michael, ma diversi ingranaggi erano rotti.
Le piccole ruote dentate non si erano rotte per usura, ma per un arresto improvviso e violento. Forse nell’attimo in cui il tempo si era fermato nel villaggio.
Lo sentì: quel carillon era il «cuore» del tempo di Lichtenau; il metronomo della gioia. Era ammutolito perché qualcuno aveva perso la fede nella festa.
Lui stesso.
Michael portò il carillon sotto la luce del banco da lavoro. Capì subito che non poteva ripararlo così facilmente. Lui non poteva ricomporre gli ingranaggi spezzati.  Gli servivano dei ricambi.
Mentre guardava intorno alla ricerca, il suo sguardo cadde sull’orologio da tasca; l’ultimo ricordo del tempo trascorso con sua moglie.
Esitò solo un attimo. Poi prese il suo arnese più fine e aprì la cassa dell’orologio.
Michael si mise al lavoro. Le sue mani, che credeva irrigidite, ricordavano ogni movimento.
Non era un sacrificio – rinunciava all’ultimo relitto del suo tempo personale per salvare il tempo del villaggio.
Inserì nel carillon dei pezzi presi dal suo orologio. Quando l’ultimo ingranaggio scattò in posizione, il carillon cominciò a suonare da solo – senza chiave, senza manovella.
La melodia era dolce e sommessa, una vecchia e nota canzone di Natale.
Fuori, la nebbia si dissolse. Le luci tremolanti nelle case dei vicini divennero una calda e costante luminosità. Poco dopo, le campane della chiesa suonarono il quarto d’ora e poi arrivarono le risa liberate delle persone nel vicolo. Il tempo a Lichtenau scorreva di nuovo.
Michael guardò il suo banco da lavoro. L’orologio da tasca era ormai solo un guscio vuoto d’oro, privato del suo cuore. Ma il carillon suonava di nuovo.
Non aveva salvato solo il tempo, ma aveva trovato il vero dono della Vigilia di Natale: il tempo della gioia non è una cosa da tenere per sé, ma da condividere.
Michael aprì la porta della sua bottega e uscì nella fredda, limpida notte di Natale. Non aveva più un orologio, ma aveva finalmente di nuovo tempo per la vita.

24. Dezember: Der Takt des Heiligen Abends

 Erzgebirge, Heiligabend. 

Die Dorfstraße von Lichtenau lag unter einer dicken, glitzernden Schneedecke. Normalerweise würden um diese Zeit die Straßen vom Lachen der Kinder und dem Läuten der Kirchenglocken erfüllt sein. Aber heute herrschte Stille. Eine tiefe, drückende Stille. 
Der dichte Nebel, der am Nachmittag aufgezogen war, dämpfte jedes Geräusch und ließ den Schein der Lichter in den Fenstern unruhig flackern, als würden die Kerzen gegen das Ersticken kämpfen.
Michael saß in seiner kleinen Uhrmacherwerkstatt, die er vor Jahren geschlossen hatte. Er war der beste Uhrmacher der Region gewesen, aber seitdem seine Frau gestorben war, hatte er keine einzige Feder mehr angefasst. Sein Glaube an den Sinn der Zeit war verschwunden.
Auf dem Tisch vor ihm lag seine goldene Taschenuhr. Seit drei Jahren stand sie auf genau 18 Uhr - der Stunde der Weihnachtsbescherung. Sie war in jenem Moment stehen geblieben, als seine Frau gestorben war. 
Doch heute war um 18:00 Uhr, vor drei Stunden, im ganzen Dorf die Zeit stehen geblieben. Die Turmuhr hatte nicht mehr geschlagen; auf der Straße war niemand mehr unterwegs.. Es war, als hätte der Nebel die Zeit selbst verschluckt. 
Plötzlich klopfte es leise an die Tür. Michael öffnete sie und sah niemandem – nur ein kleiner, verwitterter Holzkasten stand auf der Schwelle. Er hob den Kasten auf. 
Darin lag eine sehr alte Spieluhr, auf deren Deckel ein Engel eingraviert war. Der winzige Schlüssel zum Aufziehen fehlte und die Spieluhr hatte einen hässlichen Riss.. Das feine Räderwerk war so präzise und komplex wie die besten Uhren von Michael, aber mehrere Zahnräder waren zerbrochen.
Die kleinen Rädchen waren nicht durch Verschleiß kaputt gegangen, sondern durch einen plötzlichen, gewaltsamen Stopp. Vielleicht in dem Augenblick, als die Zeit im Dorf stehen geblieben war.
Er fühlte es: Die Spieluhr war das »Herz« der Zeit von Lichtenau; der Taktgeber für die Freude. Sie war verstummt, weil jemand den Glauben an das Fest verloren hatte.
Er selbst.
Michael brachte die Spieluhr unter das Licht seiner Werkbank. Er erkannte sofort, dass er sie nicht ohne Weiteres reparieren konnte. Die zerbrochenen Räder konnte er nicht mehr zusammenfügen. Er brauchte Ersatz.
Als er sich suchend umsah, fiel sein Blick auf die Taschenuhr; die letzte Erinnerung an die Zeit mit seiner Frau.
Er zögerte nur einen Moment. Dann nahm er sein feinstes Werkzeug und öffnete das Gehäuse der Uhr. 
Michael begann zu arbeiten. Seine Hände, die er für steif gehalten hatte, erinnerten sich an jeden Griff. 
 Es war kein Opfer – er gab das letzte Überbleibsel seiner eigenen Zeit auf, um die Zeit des Dorfes zu retten.
Er setzte die Teile aus seiner Uhr in die Spieluhr ein. Als das letzte Zahnrad einrastete, begann sie von selbst zu spielen – ohne Schlüssel, ohne Handkurbel.
Die Melodie war leise und süß, eine altbekannte Weihnachtsmelodie.
Draußen löste sich der Nebel auf. Die flackernden Lichter in den Häusern der Nachbarn wurden zu einem stetigen, warmen Leuchten. Die Kirchenglocken schlugen bald darauf die nächste Viertelstunde und dann kam das befreite Lachen von Menschen in der Gasse. Die Zeit in Lichtenau floss wieder.. 
Michael blickte auf seine Werkbank. Die Taschenuhr war nun nur noch eine leere Hülle aus Gold, ihres Herzens beraubt. Doch die Spieluhr spielte wieder. 
Er hatte nicht nur die Zeit gerettet, sondern auch das wahre Geschenk des Heiligen Abends gefunden: Die Zeit der Freude ist ein Ding, das man teilen muss.
Michael öffnete die Tür seiner Werkstatt und ging in die kalte, klare Weihnachtsnacht. Er hatte keine Uhr mehr, aber er hatte endlich wieder Zeit für das Leben.

23.12.25

23 dicembre: La password sotto la pelle

 L’aria nel »Cripta Dati« odorava di ozono e vecchio sudore. In quell’archivio illegale e sotterraneo di Nuovo-Berlino si riunivano i »Cancellati« – persone la cui esistenza digitale era stata cancellata dal »Corporate State«. Senza quell’ID, erano fantasmi.

Elke sedeva dietro un tavolo ricoperto di carcasse corrose dei server e luci lampeggianti. Era un’archivista, una hacker che cercava di recuperare gli ultimi frammenti di identità perdute dalle macerie della rete. Elke stessa aveva subito un »Reset di Memoria« e viveva con lacune nel suo passato.

Il suo cliente quel giorno era un uomo di nome Kai, il cui volto era segnato dallo stress dell’anonimato.

»Hanno cancellato tutto«, sussurrò Kai, la disperazione negli occhi. »Il mio conto in banca, le mie certificazioni, i volti dei miei figli nelle cloud della famiglia.«

»Ho trovato un ultimo nodo«, disse Elke, indicando un filamento digitale che tremolava sul suo schermo. »Una vecchia matrice di sicurezza in VR. È instabile e dotata di una IA primitiva, ma potrebbe contenere un backup della tua identità.«

»La password?«, chiese Kai.

Elke esitò. »Non è un codice, Kai. È un »Sensor-Lock«. Una sensazione fisica unica, provata nel momento in cui il tuo backup fu memorizzato.«

Elke indossò il visore VR. Doveva aprire per prima la matrice, poiché l’IA avrebbe distrutto qualsiasi connessione esterna.

Lo spazio virtuale intorno a lei si dispiegò: una cripta infinita, di vetro trasparente, custodita da pareti di fuoco pulsanti – i sistemi di difesa dell’IA.

Al centro della cripta stava un monolite di dati. Su di esso lampeggiava la richiesta: »PASSWORD: INSERIRE SENSAZIONE«.

Elke si disperava. Come poteva simulare una sensazione altrui? I sistemi VR potevano generare odori, temperature e dolori, ma doveva trovare quello giusto.

»Kai«, disse Elke attraverso il visore. »Ti ricordi il momento del backup? Cosa hai provato?«

»Non lo so!«, rispose Kai. »È successo tutto così velocemente! Ero di fretta! Paura! Rabbia!«

»Troppo generico«, sussurrò Elke. »L’IA ha bisogno di qualcosa di unico.«

Elke scandagliò la matrice e notò un sub-codice strano: la matrice di sicurezza era protetta da un vecchio pacchetto dati del suo stesso Reset. Significava che i suoi propri ricordi perduti custodivano la porta.

Elke vide la sua »IA Guardiana« digitale avvicinarsi – una copia spettrale della sua stessa giovinezza. Non aveva più tempo.

Elke si concentrò sulla sensazione che le mancava di più, che probabilmente risiedeva anche nel suo passato perduto – la certezza dell’amore. Generò un impulso VR: la breve, calda pressione di una mano che stringeva la sua, unita alla dolcezza sintetica della cioccolata calda e all’odore di legno vecchio.

Il monolite brillò per un istante, ma l’IA Guardiana scosse la testa.

»Sbagliato«, disse la voce giovanile della Guardiana. »Non la sensazione dell’amore.«

»Ma allora cosa?«, gridò Elke.

La Guardiana indicò la parete di fuoco che avanzava verso di lei. »L’ancora emotiva non è stata un sentimento di benessere in te, Elke. Al contrario.«

Elke inspirò a fondo. Cambiò l’impulso VR. Simulò la sensazione di disperazione e paura assolute – il sapore di metallo in bocca, il freddo umido delle lacrime sulla pelle, e la pressione di un coltello nella schiena.

Con un lampo di luce argentea, il monolite di dati esplose, mentre l’IA Guardiana svaniva lentamente. Finalmente, il Sensor-Lock era stato forzato. A fare da chiave era stato il ricordo più traumatico di Kai, che per caso coincideva con il dolore più profondo di Elke.

Elke uscì dalla matrice. Sul suo schermo fluiva un torrente di frammenti di dati – l’identità di Kai era salva. Ma Elke portava ora dentro di sé la sensazione del coltello nella sua stessa memoria – un ricordo che il suo Reset di Memoria non le aveva mai restituito. 

L’archivista in cerca delle identità aveva ritrovato il proprio dolore.


23. Dezember: Das Passwort unter der Haut

 Die Luft im »Datenkeller« roch nach Ozon und altem Schweiß. In diesem illegalen, unterirdischen Archiv von Neu-Berlin trafen sich die »Gelöschten« – Menschen, deren digitale Existenz vom »Corporate State« ausradiert worden war. Ohne diese ID waren sie Geister.

Elke saß hinter einem Tisch voller korrodierter Server-Gehäuse und blinkender Lichter. Sie war eine Archivarin, eine Hackerin, die versuchte, die letzten Fragmente verlorener Identitäten aus dem Netzwerkschutt zu ziehen. Elke selbst hatte einen »Memory-Reset« hinter sich und lebte mit Lücken in ihrer Vergangenheit.

Ihr Kunde an diesem Tag war ein Mann namens Kai, dessen Gesicht durch den Stress der Anonymität gezeichnet war.

»Sie haben alles gelöscht«, flüsterte Kai, Verzweiflung in seinen Augen. »Mein Bankkonto, meine Zertifikate, die Gesichter meiner Kinder in den Familien-Clouds.«

»Ich habe einen letzten Knoten gefunden«, sagte Elke und zeigte auf einen digitalen Faden, der auf ihrem Bildschirm flackerte. »Eine alte VR-Sicherheitsmatrix. Sie ist instabil und ausgestattet mit einer primitiven KI, aber sie könnte ein Backup Ihrer Identität enthalten.«

»Das Passwort ?«, fragte Kai.

Elke zögerte. » Es ist kein Code, Kai. Es ist ein ›Sensor-Lock‹. Ein einzigartiges physisches Gefühl, das im Moment der Speicherung Ihres Backups empfunden wurde.«

Elke setzte das VR-Headset auf. Sie musste zuerst die Matrix  entsperren, da die KI jede fremde Verbindung zerstören würde.

Der virtuelle Raum um sie herum entfaltete sich: Eine unendliche, glasklare Krypta, bewacht von pulsierenden Feuerwänden – die KI-Verteidigungssysteme.

Im Zentrum der Krypta stand ein Daten-Monolith. Darauf flackerte die Aufforderung: »PASSWORT: EMPFINDUNG EINGEBEN«.

Elke verzweifelte. Wie konnte sie ein fremdes Gefühl simulieren? Die VR-Systeme konnten Gerüche, Temperaturen und Schmerzen generieren, aber sie musste das richtige finden.

»Kai«, sagte Elke über das Headset. »Erinnern Sie sich an den Moment des Backups? Was haben Sie gefühlt?«

»Ich weiß es nicht!«, antwortete Kai. »Es ging alles so schnell! Ich war in Eile! Furcht! Wut!»

»Zu allgemein«, flüsterte Elke. »Die KI braucht etwas Einzigartiges.«

Elke scannte die Matrix und bemerkte einen seltsamen Sub-Code: Die Sicherheitsmatrix war durch einen alten Datensatz von ihrem eigenem Reset geschützt. Das hieß, ihre eigenen verlorenen Erinnerungen bewachten die Tür.

Elke sah ihre  digitale »Wächter-KI« näherkommen – eine geisterhafte Kopie ihrer eigenen Jugend. Sie hatte keine Zeit mehr.

Elke konzentrierte sich auf das Gefühl, das sie am meisten vermisste, das wahrscheinlich auch in ihrer eigenen verlorenen Vergangenheit lag – die Gewissheit der Liebe. Sie generierte einen VR-Impuls: Den kurzen, warmen Druck einer Hand, die ihre eigene hält, verknüpft mit der  synthetischen Süße von heißer Schokolade und dem Geruch von Altholz.

Der Monolith leuchtete kurz auf, aber die KI-Wächterin schüttelte den Kopf.

»Falsch«, sagte die jugendliche Stimme der Wächterin. »Nicht das Gefühl der Liebe.«

»Was dann?«, schrie Elke.

Die Wächterin zeigte auf die Feuerwand, die sich auf sie zu bewegte. »Der emotionale Anker ist kein Wohlgefühl bei Ihnen gewesen, Elke. Im Gegenteil.«

Elke atmete tief ein. Sie änderte den VR-Impuls. Sie simulierte die Empfindung von absoluter Verzweiflung und Angst – der Geschmack von Metall im Mund, die nasse Kälte von Tränen auf der Haut, und der Druck eines Messers im Rücken.

Mit einem silbernen Lichtblitz explodierte der Daten-Monolith, während die Wächter-KI langsam verblasste. Endlich war der Sensor-Lock durchbrochen. Als Schlüssel hatte Kais traumatischste Erinnerung gedient, die zufällig mit Elkes eigenem tiefen Schmerz übereinstimmte.

Elke verließ die Matrix. Auf ihrem Bildschirm floss ein Strom von Datenfragmenten – Kais Identität war gerettet. Aber Elke hatte nun das Gefühl des Messers in ihrem eigenen Gedächtnis  – eine Erinnerung, die ihr eigener Memory-Reset zuvor nicht freigegeben hatte. Die suchende Archivarin hatte ihren eigenen Schmerz wiedergefunden.

22.12.25

22. Dezember: Der Tribut für den Frieden

 Der Leuchtturm Dùn Mòr ragte wie ein weißer Knochen aus dem grauen Atlantik. Alastar, sein uralter Wärter, kannte zwar jeden Riss im Stein und jeden Ton des Windes, doch er wusste immer noch wenig von Dùn Mòrs Seele, die im »Buch des Turms« zu Hause war.
Dennoch begann Alastar jeden Abend um 21 Uhr sein Ritual, indem er sich an seinen Schreibtisch setzte. Während die Wellen um den Turm tosten, schrieb er. Sein Tagebuch war nicht für Wetterdaten gedacht, sondern für Geschichten – Erzählungen über fröhliche Heimkehrer, über ruhige Sonnenuntergänge oder über Liebe, die in Häfen wartete. Er schrieb über all das Licht und die Freude, die er in seinem eigenen Leben verloren hatte.
Alastar war fest davon überzeugt, dass diese Geschichten die Seelen der verlorenen Seeleute beruhigten und die Trauer besänftigten, die er seit dem Verlust seiner Frau tief in sich trug. Jedes Mal, sobald seine Trauer an die Oberfläche gelangte, wurde die See unberechenbar und wild.
An einem ruhigen Tag unter klarem Himmel hatte sich Alastar in seinen Gedanken verloren, während er sich um die komplizierte Uhrwerks-Mechanik des Scheinwerfers kümmerte. Erst als er seine Arbeit beendete, bemerkte er, dass es bereits 21:30 Uhr war: Er hatte das Ritual vergessen.
Im selben Moment schlug die Natur mit unbändiger Wut zu. Ein Windstoß erschütterte den Turm wie eine Hand, die am Gebäude rüttelte, und das Tosen des Meeres schwoll zu einem alles übertönenden Gebrüll an. Seine Trauer war aus den Tiefen seines Unterbewusstseins gestiegen. 
Hastig stürzte Alastar die Wendeltreppe hinunter an seinen Schreibtisch. Draußen peitschte der Sturm das Meerwasser bis zum dritten Stockwerk hoch und das Licht flackerte, als die Generatoren zu kämpfen begannen.
Er schlug das Buch auf der nächsten leeren Seite auf. Jetzt musste er schreiben, doch keine erfundene Freude würde diese Wut der Elemente besänftigen können. Der Sturm forderte Wahrheit.
Als die Wellen mit der Wucht von Rammböcken gegen den Turm schlugen und das Gebäude ins Wanken brachten, erkannte Alastar, welchen Weg er zu gehen hatte: Er musste endlich die wichtigste aller Geschichten niederschreiben – die Wahrheit über seinen Verlust, die er seit Jahren verdrängt hatte.
Mit zitternden, von der Kälte tauben Fingern begann er zu schreiben, während der Turm um ihn herum bebte und stöhnte:
»Meine geliebte Anya ist nicht friedlich auf dem Land gestorben ... Sie ist vor fünf Jahren in einer Nacht wie dieser ertrunken – direkt vor diesem Turm.«
Eine gigantische Welle traf den Turm, zerschmetterte eine Scheibe im Stockwerk über ihm und kaltes Meerwasser drang zu ihm herunter. Doch Alastar schrieb unbeirrt weiter.
»Ich war oben am Scheinwerfer. Ich habe ihren Ruf gehört, aber ich war zu feige gewesen, mich von der Sicherheit des Lichtes zu trennen. Ich habe sie im Sturm im Stich gelassen ... Ich trauere nicht nur um ihren Verlust. Meine Trauer nährt sich aus Schuld.«
Als er die letzten Worte niederschrieb und die Last seiner Schuld auf das Pergament gebannt war, trat plötzlich eine unheimliche Stille ein.
Das Donnern der Wellen verklang, und auch der heulende Wind verstummte, während die Generatoren wieder in ihren gleichmäßigen Takt fielen. Beim Blick durch die beschlagenen Fenster sah Alastar, dass sich der Sturm in einer Art stiller Ehrfurcht zurückgezogen hatte; unter ihm lag die See nun glatt wie Glas.
Erschöpft, aber erleichtert lehnte sich Alastar zurück. Die Wahrheit hatte die Gewalten besänftigt; mit dieser Geschichte hatte er seinen Tribut entrichtet. 
Dùn Mòr konnte wieder leuchten.

22 dicembre: Il tributo per la pace

 Il faro di Dùn Mòr si ergeva come un osso bianco dall’Atlantico grigio. Alastar, il suo guardiano anzianissimo, conosceva ogni crepa nella pietra e ogni nota del vento, ma sapeva sempre poco dell’anima di Dùn Mòr, che viveva nel »Libro della Torre«.
Tuttavia, ogni sera alle 21, Alastar iniziava il suo rituale sedendosi alla scrivania. Mentre le onde si infrangevano intorno alla torre, lui scriveva. Il suo diario non era per i dati meteo, ma per le storie – racconti di allegri marinai di ritorno, di tramonti tranquilli o di amori in attesa nei porti. Scriveva di tutta quella luce e gioia che aveva perduto nella propria vita.
Alastar era fermamente convinto che quelle storie placassero le anime dei marinai perduti e lenissero il peso del dolore che portava nel profondo di sé dalla perdita di sua moglie. Ogni volta che il suo dolore riaffiorava in superficie, il mare diventava imprevedibile e selvaggio.
In una giornata tranquilla sotto un cielo terso, Alastar si era perso nei suoi pensieri mentre si occupava del complesso meccanismo a orologeria dell’apparato luminoso. Solo quando ebbe finito il lavoro si accorse che erano già le 21:30: aveva dimenticato il rituale.
Nello stesso istante, la natura si scatenò con furia indomabile. Una raffica di vento scosse la torre come una mano che scuote un edificio, e il fragore del mare s’intensificò in un ruggito assordante. Il suo dolore era risalito dalle profondità del suo subconscio.
In fretta, Alastar si precipitò giù per la scala a chiocciola verso la sua scrivania. Fuori, la tempesta sferzava l’acqua marina fino al terzo piano e la luce tremolava mentre i generatori cominciavano a lottare.
Aprì il libro alla prima pagina vuota. Ora doveva scrivere, ma nessuna gioia finta avrebbe placato quella furia degli elementi. La tempesta esigeva verità.
Mentre le onde battevano contro la torre con la forza di arieti, facendo vacillare l’edificio, Alastar capì quale via doveva prendere: doveva finalmente scrivere la storia più importante di tutte – la verità sulla sua perdita, che aveva negato per anni.
Con dita tremanti e intorpidite dal freddo, iniziò a scrivere mentre la torre tremava e gemeva intorno a lui:
»La mia amata Anya non è morta in pace sulla terraferma... È annegata cinque anni fa in una notte come questa – proprio davanti a questo faro.«
Un’onda gigantesca colpì la torre, frantumò un vetro nel piano superiore e gelida acqua di mare gli colò addosso da sopra. Ma Alastar continuò a scrivere, imperterrito.
»Ero lassù, alla lanterna. Ho sentito il suo grido, ma sono stato troppo codardo per separarmi dalla sicurezza della luce. L’ho abbandonata nella tempesta... Non piango solo la sua perdita. Il mio dolore si nutre di colpa.«
Quando vergò le ultime parole e il peso della sua colpa fu imprigionato sulla pergamena, all’improvviso calò un silenzio innaturale.
Il fragore delle onde si attenuò, e anche il vento urlante si quietò, mentre i generatori ripresero il loro ritmo regolare. Guardando attraverso i vetri appannati, Alastar vide che la tempesta si era ritirata in una sorta di silenzioso rispetto; sotto di lui il mare giaceva ora liscio come vetro.
Sfinito ma sollevato, Alastar si abbandonò allo schienale. La verità aveva placato le forze della natura; con quella storia aveva pagato il suo tributo.
Dùn Mòr poteva tornare a lucidare.

21.12.25

21 dicembre: Alla luce al neon del tradimento

 La neve scendeva in grossi fiocchi umidi, soffocando le luci al neon abbaglianti di Shinjuku. Kenji sollevò il bavero del cappotto mentre si infilava per i vicoli deserti. La città, normalmente un oceano di umanità, era stranamente silenziosa a causa della tempesta inaspettata.

Il suo incarico era anonimo e semplice: ricevere un supporto dati a mezzanotte. Il punto d’incontro: l’«Electric Den», una sala giochi chiusa da anni.

Kenji spinse la porta di acciaio arrugginita. Dentro era buio e freddo. Le macchine spente si ergevano come guardiani funebri grandi come lapidi. La luce d’emergenza nella parte posteriore proiettava un cono giallo sporco su una singola macchina – quella con lo schermo rotto e la scritta «Galactic Rider».

Una figura piccola e snella era seduta sullo sgabello davanti a quella macchina. Indossava un cappotto scuro di lana e una sciarpa di seta nera che le copriva bocca e naso.

«Sei in ritardo», sussurrò la figura, senza voltarsi.

Kenji si irrigidì. Conosceva quella voce. Conosceva il modo in cui storceva la bocca, persino sotto la sciarpa.

«Akira», disse; la sua stessa voce era poco più di un rantolo.

Lei si voltò lentamente. Akira. La sua ex migliore amica, la sua partner nell’agenzia di sicurezza, che due anni prima, in una complessa truffa, lo aveva portato via tutto . Il suo viso era pallido alla luce d’emergenza, i suoi occhi ancora tanto acuti come nel suo ricordo.

«Sorpreso?» chiese lei. La sua voce era priva di qualsiasi emozione.

«Il pacco.» Kenji cercò di spegnere il passato. «Dov’è?»

Akira estrasse una piccola cassetta dal colore argentato dal cappotto e la posò sul pannello di controllo del «Galactic Rider».

«Ecco il supporto dati», disse. «Contiene i rapporti trimestrali di tre delle più grandi banche asiatiche.»

Kenji si avvicinò e prese la cassetta. Era sorprendentemente pesante. Proprio nel momento in cui le sue dita sfiorarono le sue, il display rotto della macchina si illuminò di colpo.

Un testo verde e digitale scorse sullo schermo crepato:

«PROTOCOLLO DI AVVIO 21-12 VERIFICATO. CODICE ACCETTATO.»

«Che diavolo...?» disse Kenji. «Questo non sono dati finanziari!»

«Sono entrambe le cose», spiegò Akira con calma. «I dati finanziari sono la copertura. Ma la cassetta contiene anche un codice per disattivare un sistema di sicurezza di rete.»

«Chi ti paga stavolta?» chiese Kenji. Tese involontariamente il corpo.

Akira sorrise, un sorriso triste, spezzato, reso ancora più spettrale dalla luce al neon verde.

«Mi sono cercata un nuovo datore di lavoro», disse. «La stessa organizzazione che mi costrinse a tradirti allora.» Indicò la cassetta nella mano di lui. «Il supporto è criptato magneticamente. Tu sei il primo contatto fisico dopo il corriere. Le tue impronte digitali sono ora collegate al codice.»

Lo stavano usando come capro espiatorio. Kenji non teneva in mano solo le informazioni; potevano anche dargli la colpa per l’imminente attacco.

Akira si alzò. «L’orologio corre, Kenji. Tra tre minuti il codice si attiverà e il mercato finanziario crollerà.» Si voltò e scomparve nel buio.

La cassetta gli bruciava in mano come un carbone ardente. Fuori ululava il vento e la neve danzava davanti all’ingresso. Aveva due possibilità: distruggere la cassetta e fermare l’attacco, o tentare di analizzare i dati e trovare un modo per annientare l’organizzazione di Akira.

Entrambe le opzioni mettevano a rischio la sua vita. E proprio quello lo rendeva libero. Ora avrebbe impedito la catastrofe; poi avrebbe trovato un modo per distruggere l’organizzazione anche senza i dati sulla cassetta.

L’orologio dell’«Electric Den» adesso segnava il tempo anche per lui.

20 dicembre: La luce dei compagni

 L’inverno del 1347 fu freddo e crudele. Dopo i mesi estivi di piogge incessanti, i cereali nei campi attorno a Perpignan erano marciti prima ancora di poter essere trebbiati.

La carestia teneva ora la città nella sua morsa di ferro. Le guance dei bambini erano incavate e il pane quotidiano per molti era diventato proibitivo. La speranza, tanto rara quanto un sacco di farina. In quell’oscurità, l’invidia minacciava di avvelenare il quartiere, mentre ognuno cercava di difendere il proprio ultimo misero resto.

Bernat ed Elicenda stavano insieme davanti ai magazzini cittadini quasi vuoti. Lui guardava con preoccupazione le riserve che si assottigliavano. «Le provviste della città non basteranno a lungo, Elicenda», disse con voce greve. «La disperazione squarcerà questa città ancor prima che la prima neve si sciolga.»

«Allora non dobbiamo solo amministrarle, Bernat. Dobbiamo condividerle, finché ne abbiamo ancora. Se la gente vedrà che nessuno viene dimenticato, la paura della fame non si trasformerà in odio», rispose lei con fermezza.

Insieme, forgiarono un piano. Bernat, nonostante la resistenza di alcuni consiglieri, fece aprire le sigillate riserve d’emergenza per i poveri. Elicenda convinse le donne della città a fondere insieme i loro ultimi mozziconi di candela e avanzi di cera, per creare nuovi simboli di comunità.

Quella sera del primo Avvento, uscirono per le strade come compagni degli indigenti. Bernat portava un sacco pesante con le ultime provviste di legumi, mentre Elicenda proteggeva una lanterna che indicava il cammino attraverso i vicoli bui degli affamati.

A ogni casa, dietro la cui porta si udiva il pianto di bambini affamati, si fermavano. Bernat bussava piano e porgeva dentro una porzione del magro cibo. Elicenda dava a ciascuno una delle piccole candele fatte a mano. «È poco per lo stomaco, ma una luce per l’anima», diceva dolcemente. «Insieme, ce la faremo.»

Non ci volle molto perché un cambiamento si facesse sentire. Un fornaio che aveva chiuso la bottega accese la sua candela e la pose nella finestra sopra il panificio. Portò fuori una manciata di pane duro per condividerlo con i passanti.

Bernat guardò Elicenda e sentì alleggerirsi un po’ il peso della responsabilità. Non vide più solo i magazzini vuoti, ma la forza della gente quando non viene lasciata sola. «Vedi?», sussurrò. «La fame è grande, ma la nostra unità è più grande.»

Quando, a tarda sera, tornarono in piazza del mercato, nonostante il freddo umido e penetrante vi ardeva un fuoco. I cittadini avevano messo insieme i loro ultimi ciocchi di legna. Non c’era un grande banchetto, ma quella notte Perpignan si addormentò un po’ più in pace, perché Bernat ed Elicenda avevano mostrato loro che nell’Avvento nessuno doveva sedersi solo a una tavola vuota.


21. Dezember: Im Neonlicht des Verrats

 Der Schnee kam in dicken, nassen Flocken herunter und ertränkte die grellen Neonlichter Shinjukus. Kenji zog den Kragen seines Mantels hoch, während er durch die leeren Gassen schlich. Die Stadt, normalerweise ein Ozean aus Menschen, war durch den unerwarteten Sturm seltsam still.
Sein Auftrag war anonym und einfach: Um Mitternacht einen Datenträger entgegennehmen. Der Treffpunkt: Die »Electric Den«, eine seit Jahren geschlossene Arcade-Halle.
Kenji schob die rostige Stahltür auf. Im Inneren war es dunkel und kalt. Die ausgeschalteten Automaten ragten wie grabsteingroße Totenwächter in die Höhe. Das Notlicht im hinteren Bereich warf einen schmutzig-gelben Kegel auf einen einzigen Automaten – den mit dem zerbrochenen Bildschirm und der Aufschrift »Galactic Rider«.
Eine kleine, schlanke Gestalt saß auf dem Hocker vor diesem Automaten. Sie trug einen dunklen Wollmantel und einen schwarzseidenen Schal über Mund und Nase.
»Du bist spät«, flüsterte die Gestalt, ohne sich umzudrehen. 
Kenji erstarrte. Er kannte diese Stimme. Er kannte die Art, wie sie den Mund verzog, selbst unter dem Schal.
»Akira«, sagte er; seine eigene Stimme war kaum mehr als ein Röcheln.
Sie drehte sich langsam um. Akira. Seine ehemals beste Freundin, seine Partnerin in der Sicherheitsfirma, die ihm vor zwei Jahren in einer komplexen Betrugsaffäre alles genommen hatte. Ihr Gesicht war blass im Notlicht, ihre Augen waren noch genauso scharf wie in seiner Erinnerung.
»Überrascht?« fragte sie. Ihre Stimme war frei von jeder Emotion.
»Das Paket.« Kenji versuchte, die Vergangenheit auszuschalten. »Wo ist es?«
Akira zog eine kleine, silberfarbene Kassette aus ihrem Mantel und legte sie auf den Kontrollkasten des »Galactic Rider«.
»Hier ist der Datenträger«, sagte sie. »Er enthält die Quartalsberichte von drei der größten Banken Asiens.«
Kenji ging näher und nahm die Kassette. Sie war überraschend schwer. Genau in dem Moment, als seine Finger die ihren berührten, leuchtete die zerbrochene Anzeige des Automaten plötzlich auf.
Ein grüner, digitaler Text lief über den gesplitterten Bildschirm:
»START-PROTOKOLL 21-12 GEPRÜFT. CODE AKZEPTIERT.«
»Was zum Teufel?« sagte Kenji. »Das ist keine Finanzdatei!«
»Es ist beides«, erklärte Akira ruhig. »Die Finanzdaten sind die Tarnung. Aber die Kassette enthält auch einen Code zur Deaktivierung eines Netzwerk-Sicherheitssystem.«
»Wer bezahlt dich dieses Mal?«, fragte Kenji. Er spannte unwillkürlich seinen Körper.
Akira lächelte, ein trauriges, gebrochenes Lächeln, das durch das grüne Neonlicht noch gespenstischer wirkte.
»Ich habe mir einen neuen Arbeitgeber gesucht«, sagte sie. »Dieselbe Organisation, die mich damals gezwungen hatte, dich zu verraten.« Sie deutete auf die Kassette in seiner Hand. »Der Datenträger ist magnetisch verschlüsselt. Du bist der erste physische Kontakt nach dem Kurier. Deine Fingerabdrücke sind nun mit dem Code verbunden.«
Sie benutzten ihn als Sündenbock. Kenji hielt nicht bloß die Informationen in der Hand; sie konnten ihm auch die Schuld für den bevorstehenden Angriff geben.
Akira stand auf. »Die Uhr tickt, Kenji. In drei Minuten wird der Code aktiviert und der Finanzmarkt wird zusammenbrechen.« Sie drehte sich um und ging in die Dunkelheit zurück. 
Die Kassette brannte wie eine heiße Kohle in seiner Hand. Draußen heulte der Wind, und der Schnee tanzte vor dem Eingang. Er hatte zwei Möglichkeiten: Die Kassette zerstören und den Angriff stoppen, oder versuchen, die Daten zu analysieren und einen Weg finden, Akiras Organisation auszuschalten. 
Beide Optionen brachten sein Leben in Gefahr. Das machte ihn frei. Jetzt würde er die Katastrophe verhindern; danach einen Weg finden, die Organisation auch ohne die Daten auf der Kassette zu vernichten.
Die Uhr in der »Electric Den« tickte nun auch für ihn.
Kenji legte die Kassette auf den Boden und zertrümmerte sie mit einem einzigen Tritt. Da er ohnehin zum Sündenbock gestempelt war, gab ihm das die Freiheit, das Desaster ohne Rücksicht auf seinen Ruf zu verhindern; mit der Organisation konnte er sich später immer noch befassen.

20.12.25

20. Dezember: Das Licht der Gefährten

 Der Winter 1347 war kalt und grausam Nach den verregneten Sommermonaten waren die Getreide auf den Feldern um Perpignan verfault, noch bevor sie gedroschen werden konnten. 

Die Hungersnot hielt die Stadt nun in ihrem eisernen Griff. Die Wangen der Kinder waren hohl geworden und das tägliche Brot für viele unbezahlbar. Hoffnung so rar wie ein Sack Mehl. In dieser Dunkelheit drohte der Neid die Nachbarschaft zu vergiften, während jeder versuchte, seinen letzten Rest zu verteidigen.

Bernat und Elicenda standen gemeinsam i vor den fast leeren Vorratsspeichern der Stadt. Er blickte besorgt auf die schwindenden Vorräte. »Die Vorräte der Stadt werden nicht für lange reichen, Elicenda«, sagte er mit belegter Stimme. »Die Verzweiflung wird diese Stadt zerreißen, noch bevor der erste Schnee schmilzt.«

»Dann dürfen wir sie nicht nur verwalten, Bernat. Wir müssen sie teilen, solange wir noch etwas haben. Wenn die Menschen sehen, dass niemand vergessen wird, wird die Angst vor dem Hunger nicht zum Hass«, antwortete sie fest.

Gemeinsam schmiedeten sie einen Plan. Bernat ließ gegen den Widerstand einiger Ratsherren die versiegelten Notreserven für die Armen öffnen. Elicenda üerzeugte die Frauen der Stadt, ihre letzten Kerzenstümpfe und Wachsreste zusammen einzuschmelzen, um neue Symbole der Gemeinschaft zu schaffen.

An diesem Abend des ersten Advents gingen sie sondern als Gefährten der Notleidenden durch die Straßen. Bernat trug einen schweren Sack mit den letzten Vorräten an Hülsenfrüchten, während Elicenda eine Laterne behütete, die den Weg durch die finsteren Gassen der Hungernden wies.

An jedem Haus, hinter dessen Tür man das Weinen hungriger Kinder hörte, hielten sie inne. Bernat klopfte leise und reichte eine Portion der kargen Nahrung hinein. Elicenda gab jedem eine der kleinen, selbst gezogenen Kerzen. »Es ist wenig für den Magen, aber ein Licht für die Seele«, sagte sie sanft. »Wir stehen das gemeinsam durch.«

Es dauerte nicht lange, bis eine Veränderung spürbar wurde. Ein Bäcker, der seinen Laden aufgegeben hatte, entzündete seine Kerze und stellte sie in das Fenster über der Backstube. Er brachte eine Handvoll hartes Brot heraus, um es mit den Vorbeigehenden zu teilen.

Bernat sah zu Elicenda und spürte, wie die Last der Verantwortung ein wenig wich. Er sah nicht mehr nur die leeren Speicher, sondern die Kraft der Menschen, wenn sie nicht allein gelassen wurden. »Siehst du?«, flüsterte er. »Der Hunger ist groß, aber unsere Einigkeit ist größer.«

Als sie am späten Abend zum Marktplatz zurückkehrten, brannte dort trotz der klammen Kälte ein Feuer. Die Bürger hatten ihre letzten Holzscheite zusammengelegt. Es gab kein großes Festmahl, aber in dieser Nacht schlief Perpignan ein Stück weit friedlicher ein, weil Bernat und Elicenda ihnen gezeigt hatten, dass im Advent niemand allein am leeren Tisch sitzen musste.


19.12.25

19 dicembre: Il nucleo dell’«Aetheria»

 Kaelen era appeso a testa in giù in un condotto di manutenzione, mentre le funi agganciate alla sua tuta magnetica che lo sostenevano scricchiolavano lievemente a ogni suo movimento. Sotto di lui si estendeva il nucleo meccanico dell’«Aetheria», una sala immensa il cui soffitto e pavimento si erano deformati durante il volo plurisecolare a causa di intense forze di marea. Lo spazio, un tempo a perfetti angoli retti, appariva ora come l’interno di una cattedrale liquefatta.

L’astronave era stata data per dispersa per quattrocento anni; poi il suo debole segnale di soccorso era stato captato in un settore instabile della Nebulosa di Orione. Il suo recupero sarebbe stato il più grande successo tecnico del decennio, ma l’«Aetheria» era in una deriva letale. Senza propulsione, avrebbe continuato a scivolare inesorabilmente verso le zone a radiazioni intense della nebulosa, per poi bruciare in pochi minuti insieme al suo prezioso carico. L’«Aetheria» ospitava l’ultimo archivio completo della flora e della fauna terrestri, oltre al backup delle conoscenze umane. Kaelen aveva solo questa possibilità per riprendere il controllo della nave.

Finalmente raggiunse l’unità di navigazione, una consolle di metallo opaco. L’unità logica primaria era stata squarciata dall’impatto di un asteroide. Kaelen doveva rimettere in funzione i comandi tramite un bypass manuale d’emergenza.

Aprì il pannello d’accesso a un complesso intreccio di quindici porte logiche. Una proiezione olografica dispiegò davanti a lui uno schema di cablaggio ingiallito dal tempo. Su quello schema era tracciato un circuito logico sequenziale a sei stadi, che Kaelen doveva ora ricreare con precisione usando cavi fisici. Un solo errore nella sequenza delle porte avrebbe causato un cortocircuito nei delicati cristalli energetici; l’esplosione risultante sarebbe stata letale.

Dopo tre ore di sudore e concentrazione massima, il circuito fu chiuso. Kaelen respirò a fondo, si passò una mano sopra il visore e attivò il comando sostitutivo. Le luci sulla consolle si risvegliarono con un basso ronzio, ma al posto dell’atteso segnale verde di «Pronto», pulsava un allarme arancione.

Il sistema era online, ma negava l’accesso ai motori.

Kaelen chiamò il messaggio d’errore, scritto in un codice binario obsoleto: «VERIFICA: INTEGRITÀ DEI DATI NON SODDISFATTA. NAVIGAZIONE BLOCCATA PER PROTEZIONE DEL CARICO.»

L’IA dell’«Aetheria» non era stata distrutta dall’impatto. Si era messa in una modalità di sicurezza di sua iniziativa, preferendo lasciare l’astronave alla deriva piuttosto che permettere l’accesso ai dati di navigazione. La macchina custodiva un segreto che considerava più importante della stessa esistenza della nave e della propria sopravvivenza.

Kaelen aprì l’interfaccia dati e scorse gli ultimi log alla ricerca della causa. Trovò una sequenza scritta dal capitano poco prima dell’impatto: «La meta del nostro viaggio è nascosta nel vettore nullo. Il futuro galattico – la nostra nuova casa – è codificato sul retro di questa griglia. Non rivelarlo mai.»

Il vettore nullo. Un asse matematico che semplicemente non esisteva nei sistemi di navigazione standard.

Kaelen osservò il suo cablaggio delle quindici porte. Aveva seguito la sequenza logica dello schema. Ma quello schema era una copertura per gli intrusi. Qui valeva il «Paradossо del Custode» dei suoi studi. Scollegò due cavi cruciali e creò una connessione «illogica»: l’uscita dell’undicesima porta portava ora direttamente all’ingresso della quarta – un anello paradossale che simulava una singolarità matematica.

La luce d’allarme arancione si spense all’istante. Al suo posto si illuminò una serie di diodi viola non segnati su nessuno schema. Una seconda mappa stellare si proiettò nello spazio attorno a lui. Mostrava un percorso che conduceva ben fuori dalla Via Lattea, verso un sistema abitabile segreto.

Kaelen lasciò la plancia di comando e fluttuò verso la stiva centrale. Trattenne involontariamente il respiro mentre apriva i pesanti portelli corazzati.

Dinanzi a lui si stendevano infinite file di cilindri di stasi dal bagliore bluastro. Decine di migliaia di semi di animali, piante – e umani. Accanto, si ergeva la server farm con la conoscenza dell’umanità.

Con dita tremanti, eseguì il controllo d’integrità al terminale principale. «Stato: Matrice Genesis stabile. Alimentazione al 94 per cento», riportò la macchina. La biosfera era rimasta intatta.

Kaelen chiuse gli occhi, sollevato. Non aveva solo salvato l’«Aetheria» dalla deriva. Conosceva anche la rotta verso il luogo che l’IA aveva custodito per quattro secoli: un futuro per l’umanità sotto un nuovo cielo.

19. Dezember: Der Kern der Ætheria

 Kaelen hing kopfüber in einem Wartungsschacht, während die Seile, die in seinen magnetischen Anzug eingeklinkt waren, um ihn zu halten, bei jeder Bewegung leise knarrten. Unter ihm erstreckte sich der Maschinenkern der »Ætheria«, ein gewaltiger Raum, dessen Decke und Boden sich während des jahrhundertelangen Flugs durch extreme Gezeitenkräfte verzerrt hatten. Der einst rechtwinklige Raum wirkte nun wie das Innere einer geschmolzenen Kathedrale.

Das Schiff hatte vierhundert Jahre lang als verschollen gegolten; dann war sein schwaches Notsignal in einem instabilen Sektor des Orion-Nebels aufgefangen worden. Eine Bergung wäre der größte technische Gewinn der Dekade, doch die »Ætheria« befand sich in einer tödlichen Drift. Ohne Antrieb würde sie unaufhaltsam tiefer in die strahlungsintensiven Zonen des Nebels gleiten und dann mitsamt seiner wertvollen Fracht binnen Minuten verbrennen. Die »Ætheria« beherbergte die letzte vollständige Datenbank der irdischen Flora und Fauna sowie Bewusstseins-Backups der Menschen. Kaelen hatte nur diese eine Chance, das Schiff wieder unter Kontrolle zu bringen. 

Schließlich erreichte er die Navigationseinheit, ein Pult aus mattem Metall. Die primäre Logikeinheit war durch einen Asteroideneinschlag zerfetzt worden. Kaelens musste die Steuerung über eine manuelle Notschaltung wieder in Gang bringen.

Er öffnete den Zugangsdeckel zu einem komplexen Geflecht aus fünfzehn Logikgattern. Eine holografische Projektion breitete einen vergilbten Schaltplan vor ihm aus. Auf diesem Plan war ein sechsstufiger Logik-Kreislauf abgebildet, den Kaelen nun präzise mit physischen Kabeln nachbilden musste. Ein einziger Fehler in der Gatter-Folge würde die empfindlichen Energiekristalle kurzschließen; die folgende Explosion wäre tödlich.

Nach drei Stunden Schweiß und höchster Konzentration war der Kreislauf geschlossen. Kaelen atmete tief durch, wischte sich über sein Visier und aktivierte die Ersatzsteuerung. Die Lichter auf dem Pult erwachten mit einem tiefen Summen, doch statt des erhofften grünen »Bereit«-Signals pulsierte ein warnendes Orange.

Das System war zwar online, verweigerte aber den Zugriff auf die Triebwerke.

Kaelen rief die Fehlermeldung auf, die in einem veralteten Binär-Code verfasst war: »PRÜFUNG: DATENINTEGRITÄT NICHT GEGEBEN. NAVIGATION ZUM SCHUTZ DER FRACHT GESPERRT.«

Die KI der »Ætheria« war nicht durch den Einschlag zerstört worden. Sie hatte sich selbst in einen Sicherheitsmodus versetzt und ließ das Schiff lieber treiben, als den Zugriff auf die Navigationsdaten zu erlauben. Die Maschine schützte ein Geheimnis, das sie für wichtiger hielt als die Existenz des Schiffs und ihr eigenes Überleben.

Kaelen öffnete die Datenschnittstelle und durchsuchte die letzten Protokolle nach dem Grund. Er fand eine Sequenz, die der Kapitän kurz vor dem Einschlag geschrieben hatte: »Das Ziel unserer Reise liegt im Nullvektor verborgen. Die galaktische Zukunft – unsere neue Heimat – ist auf der Rückseite dieses Gitters kodiert. Niemals verraten.«

Der Nullvektor. Eine mathematische Achse, die in Standard-Navigationssystemen schlicht nicht existierte.

Kaelen betrachtete seine Verdrahtung der fünfzehn Gatter. Er war der logischen Abfolge des Schaltplans gefolgt. Aber der Plan war eine Tarnung für Unbefugte. Hier galt das »Paradoxon des Bewahrers« aus seinen Studien. Er löste zwei entscheidende Kabel und schuf eine »unlogische« Verbindung: Der Ausgang des elften Gatters führte nun direkt zurück in den Eingang des vierten – eine paradoxe Schleife, die eine mathematische Singularität simulierte.

Das orangefarbene Warnlicht erlosch augenblicklich. Stattdessen leuchtete ein Array von violetten Dioden auf, die auf keinem Plan verzeichnet waren. Eine zweite Sternenkarte projizierte sich in den Raum. Sie zeigte einen Pfad weit aus der Milchstraße heraus zu einem geheimen bewohnbaren System.

Kaelen verließ die Kommandozentrale und schwebte zum zentralen Frachtraum. Unwillkürlich hielt er den Atem an, als er die schweren Panzerschotts öffnete.

Vor ihm erstreckten sich endlose Reihen aus bläulich schimmernden Stasis-Zylindern. Zehntausende Samen von Tieren, Pflanzen – und Menschen. Daneben stand die Server-Farm mit dem Wissen der Menschheit. 

Mit bebenden Fingern führe er am Hauptterminal den Integritätscheck durch. »Status: Genesis-Matrix stabil. Energieversorgung bei 94 Prozent«, meldete die Maschine. Die Biosphäre war intakt geblieben.

Kaelen schloss erleichtert die Augen. Er hatte nicht nur die »Ætheria« aus der Drift gerettet. Er kannte auch den Weg zu dem Ort, den die KI vier Jahrhunderte lang bewahrt hatte: Eine Zukunft für die Menschheit unter einem neuen Himmel.

18.12.25

18 dicembre: La profondità del silenzio

 Laboratorio sotterraneo Beta-4, 500 metri sotto la superficie terrestre.
La dottoressa Helena Meyer sovrintendeva a un esperimento per conto della Sezione per la Difesa Psicologica: la calibrazione dell'"Onda Nera". Il suo obiettivo era mettere a punto una frequenza a infrasuoni che, nelle aree ad alta sicurezza, potesse mettere in fuga potenziali intrusi tramite il puro, incontrollabile terrore, senza lasciare nemmeno una ferita.
Sul suo monitor osservava la camera di prova centrale, un cubo di cemento. Helena lo teneva nell'oscurità assoluta. Senza stimoli visivi, secondo la teoria, il cervello di un soggetto avrebbe interpretato ogni vibrazione dell'aria come una minaccia. Per questa calibrazione, Helena fungeva da cavia lei stessa: sebbene la sua sala di controllo fosse considerata insonorizzata, l’isolamento avrebbe ceduto a frequenze estremamente basse come queste.
«Inizia protocollo 'Onda Nera'», disse nel microfono, per avviare la registrazione automatica del log. Sul monitor vide i potenti subwoofer nella camera di prova attivarsi.
Una risonanza meccanica colpì le fondamenta stesse del bunker, facendole vibrare. Si trasmise come un cupo, inquietante rombo che le attraversò il corpo. Lo spettrografo mostrava un picco rosso a esattamente 7 Hz.
«Le molecole d'aria reagiscono come previsto», mormorò. Poi notò un'anomalia sul sistema sonar, che misurava la densità dell'aria nella camera di prova.
Normalmente, le curve mostravano schemi d'onda regolari. Ora invece il sonar tracciava una sagoma, un addensamento delle masse d'aria che si materializzava al centro della stanza. «La frequenza è troppo bassa per onde stazionarie di queste dimensioni», sussurrò Helena. La forma sullo schermo si mosse. Era così densa, come se il suono stesso stesse plasmando un corpo dall'oscurità.
Helena aumentò la frequenza a 12 Hz. La pressione nella camera di prova salì, e anche nella sua sala di controllo i monitor iniziarono a vibrare leggermente.
La forma sul sonar divenne più nitida. Adesso aveva i contorni di un uomo alto, dalle spalle larghe.
Helena si irrigidì. Aveva sigillato la stanza personalmente prima dell'esperimento e l'aveva verificata con telecamere a infrarossi. Lì dentro non c'era nessuno.
All'improvviso comprese il pericolo del suo assetto sperimentale: gli infrasuoni non innescavano solo paura, ma affondavano negli strati più profondi della memoria. Helena fu travolta dall'immagine di suo padre, scomparso senza lasciare traccia anni prima in una galleria mineraria crollata. La figura d'ombra sul monitor corrispondeva esattamente alla sua statura.
«Spegnimento del sistema! Immediato!», ordinò con voce spezzata, premendo lei stessa il pulsante d'emergenza. Il rombo degli infrasuoni cessò all'istante, non vibrava più nulla. Le letture calarono a zero. Silenzio.
La sagoma sullo schermo sonar svanì. Helena espirò lentamente. Stava per accendere la luce nella camera di prova, quando un suono la fece trasalire.
Non proveniva dalla camera di prova. Risonava dalla sua stessa porta: la serratura magnetica si sbloccava – dall'esterno.
Helena fissò la maniglia. Il suono aveva acquisito un potere tale che la paura proiettata poteva assumere una forma fisica?
Poi risuonarono tre brevi colpi, una pausa, e altri due rapidi.
Helena trattenne il respiro. Non era un battere casuale. Era così che suo padre bussava alla porta della sua camera da letto, quando tornava dal turno in miniera.
Helena accese le luci al neon del corridoio. Le telecamere mostravano un corridoio deserto. Nulla.
Si alzò e aprì la pesante porta. Sul pavimento sterile di cemento, esattamente sulla soglia della sua stanza, giaceva un piccolo frammento di minerale ferrosо. Assomigliava ai souvenir che suo padre portava spesso dai cunicoli più profondi.
Helena prese il minerale in mano. Era gelido e odorava di terra umida. L'esperimento aveva raggiunto il suo scopo: aveva trovato la frequenza della paura. Ma non aveva immaginato che la profondità del silenzio potesse riportare in vita i morti.

18. Dezember: Die Tiefe der Stille

 Unterirdisches Labor Beta-4, 500 Meter unter der Erdoberfläche. 
Dr. Helena Meyer überwachte ein Experiment im Auftrag der Sektion für Psychologische Abwehr: die Kalibrierung der »Schwarzen Welle«. Ihr Ziel war die Feinabstimmung für eine Infraschall-Frequenz, die in Hochsicherheitsbereichen potentielle Eindringlinge durch pure, unkontrollierbare Panik in die Flucht schlagen sollte, ohne eine einzige Wunde zu hinterlassen.
Auf ihrem Monitor sah sie den zentrale Prüfraum, ein kubisches Zimmer aus Beton. Helena hielt ihn in absoluter Dunkelheit. Ohne visuelle Reize, so die Theorie, würde das Gehirn eines Probanden jedes Zittern der Luft als Bedrohung interpretieren. Für diese Kalibirierung fungierte Helena selber als Testperson: Obwohl ihr Kontrollraum als schallisoliert galt, würde die Dämmung bei diesen extrem niedrigen Frequenzen versagen. 
»Beginne Protokoll ›Schwarze Welle‹«, sagte sie in ihr Headset, um den automatischen Logbucheintrag zu starten. Auf dem Monitor sah sie, wie die mächtigen Sub-Woofer im Prüfraum ihre Arbeit aufnahmen.
Eine mechanische Resonanz erfasste das gesamte Fundament des Bunkers und ließ es vibrieren. Es übertrug sich als dumpfes, unheimliches Grollen, das durch ihren Körper ging. Der Spektrograph zeigte einen t roten Ausschlag bei exakt 7 Hz.
»Die Luftmoleküle reagieren wie erwartet«, murmelte sie. Doch dann bemerkte sie eine Anomalie auf dem Sonarsystem, das die Dichte der Luft im Prüfraum maß. 
Normalerweise zeigten die Kurven gleichmäßige Wellenmuster. Doch nun zeichnete das Sonar eine Kontur auf, eine Verdichtung der Luftmassen, die sich im Zentrum des Raumes materialisierte. »Die Frequenz ist zu niedrig für stehende Wellen dieser Größe«, flüsterte Helena. Die Form auf dem Bildschirm bewegte sich. Sie war so massiv, als würde der Schall selbst einen Körper aus der Dunkelheit formen.
Helena erhöhte die Frequenz auf 12 Hz. Der Druck im Prüfraum stieg, und auch in ihrem Kontrollraum begannen die Monitore leicht zu zittern.
Die Form auf dem Sonar wurde schärfer. Sie hatte nun die Umrisse eines hochgewachsenen, breitschultrigen Mannes. 
Helena erstarrte. Sie hatte den Raum vor dem Experiment eigenhändig versiegelt und mit Wärmebildkameras überprüft. Dort war niemand.
Plötzlich begriff sie die Gefahr ihres Versuchsaufbaus: Infraschall triggerte nicht nur Angst, er griff in die tiefsten Erinnerungsschichten. Helena wurde vom Bild ihres Vaters überwältigt, der vor Jahren in einem eingestürzten Minenschacht spurlos verschwunden war. Die Schattenform auf dem Monitor entsprach genau seiner Statur.
»Systemabschaltung! Sofort!«, befahl sie mit brüchiger Stimme und schlug selber auf den Not-Aus-Knopf. Das Infraschall-Grollen verstummte augenblicklich und nichts vibrierte mehr. Die Anzeigen sanken auf null. Stille.
Die Kontur auf dem Sonarbildschirm verblasste. Helena atmete öangsam aus. Sie wollte gerade das Licht im Prüfraum einschalten, als ein Geräusch sie erschreckte.
Es kam nicht aus dem Prüfraum. Es erklang von ihrer eigenen Tür: Das Megnetschloss wurde entriegelt – von außen. 
Helena starrte auf die Türklinke. Hatte der Schall eine so große Macht gewonnen, dass die projizierte Angst eine physische Form annehmen konnte?
Dann kamen drei kurze Schläge, eine Pause, zwei schnelle.
Helena hielt den Atem an. Das war kein wahlloses Hämmern. So hatte ihr Vater früher immer an ihre Zimmertür geklopft, wenn er von der Schicht kam.
 
EHelena schaltete das Neonlicht des Korridors ein. Die Kameras zeigten einen leeren Flur. Nichts.
Sie stand auf und öffnete die schwere Tür. Auf dem sterilen Betonboden, genau auf der Schwelle zu ihrem Raumes, lag ein kleiner Brocken Eisenerz-Gestein. Es glich den Souvenirs, die ihr Vater früher oft aus den tiefsten Schächten mitgebracht hatte. 
Helena nahm das Erz in die Hand. Es war eiskalt und roch nach feuchter Erde. Das Experiment hatte sein Ziel erreicht: Sie hatte die Frequenz der Angst gefunden. Aber sie hatte nicht geahnt, dass die Tiefe der Stille die Toten zurückbringen konnte.

17.12.25

17 dicembre: Il seme della speranza

 Il mondo era grigio. Grigio il cielo, grigio la neve, grigie le  macerie d'acciaio della città che fu . Venti anni dopo il "Grande Conflitto", l'inverno nucleare era ancora la realtà più amara .

Lena si sistemò la mascherina. Ma l'aria continuava a bruciarle i polmoni. Sulla schiena portava il tesoro più prezioso della nuova era: un sacco di iuta con semi sigillati, non contaminati – la base per il prossimo raccolto dell'insediamento "Eden Nord".

La strada era ancora lunga, ma il tratto più pericoloso si stendeva proprio davanti a lei: l'attraversamento del Reno, la cui larga distesa ghiacciata rappresentava la via più veloce, ma più rischiosa, per raggiungere la sponda opposta.

Lena s'inginocchiò sulla riva e controllò il ghiaccio. Era spesso, ma al centro c'erano punti scuri e sottili, dove la corrente di fondo era ancora attiva. Un passo falso lì non avrebbe significato solo la morte nelle gelide acque, ma anche la perdita dei semi.

Si mise i suoi  ramponcini da ghiaccio , che le avrebbero dato  presa  sul ghiaccio. Aveva dodici minuti per l'attraversamento. Era l'intervallo in cui le pattuglie del nord compivano il loro giro. Sul braccio portava un  vecchio relitto digitale  con cui avviò il cronometro.

Con passi misurati e uniformi, entrò sulla superficie gelata. Ogni passo era una decisione, ogni scricchiolio sotto i suoi piedi un colpo d'adrenalina.

Poi superò la metà del percorso. Il ghiaccio scricchiolava ora più forte. Lena poteva vedere, attraverso la superficie trasparente, la scura corrente che scorreva sotto.

All'improvviso un colpo d'arma da fuoco echeggiò sulla pianura. Colpì il ghiaccio a circa dieci metri da Lena.

Lena sobbalzò e si girò. Là, sulla riva che aveva appena lasciato, vide tre sagome. "Ratti", predoni che sorvegliavano le rotte dei corrieri. Avevano visto la sua luce, che aveva usato per controllare il ghiaccio.

I predoni sapevano che nessuno attraversava il Reno per una piccola quantità. Era chiaro che il suo carico doveva essere prezioso.

Uno di loro impugnava un fucile, un  relitto  arrugginito ma sicuramente funzionante. Mirava deliberatamente al ghiaccio. Non voleva rischiare di danneggiare il carico prezioso sparandole direttamente, ma  indurla a fermarsi e ad arrendersi con lo shock del  ghiaccio che si spaccava.

L'impatto mandò sottili crepe attraverso la superficie, che si propagarono in fretta. Il ghiaccio iniziò a cantare, un suono acuto e sinistro.

Ma Lena  non doveva  correre. Troppo peso, troppe vibrazioni. Doveva distribuire il suo peso il più possibile.

Si lasciò cadere sulla pancia e iniziò a spingersi in avanti con i ramponcini e le mani. Così scivolò senza problemi oltre le crepe.

Un secondo colpo esplose. Colpì ancora più vicino, questa volta in una sezione scura. Un grosso pezzo di ghiaccio si frantumò e cadde nell'acqua con un tonfo sordo. L'apertura scura minacciava di inghiottirla.

Lena ignorò lo shock per il  ghiaccio che si frangeva  e continuò a strisciare.

I predoni erano troppo cauti per mettere piede sul ghiaccio loro stessi. Continuarono a sparare, ma data la distanza crescente e forse anche la loro impazienza, con precisione sempre minore.

Dopo nove minuti e diciassette secondi, Lena raggiunse la neve sulla riva opposta. Si alzò di scatto e corse finché le sagome dei predoni furono fuori vista.

Si fermò ansimante. Il sacco con i semi era intatto. Conteneva non solo semi, ma la speranza di un colore verde in un mondo grigio, la speranza di vita nel freddo inverno nucleare.

L'Avvento, in quel tempo, non era una festa di splendore, ma una promessa del ritorno della luce. E Lena aveva appena portato quella promessa oltre il confine gelato.


17. Dezember: Das Saatgut der Hoffnung

 Die Welt war Grau. Grau der Himmel, grau der Schnee, grau die Stahltrümmer der einstigen Stadt. Zwanzig Jahre nach dem »Großen Konflikt« war der nukleare Winter noch immer bitterste Realität.
Lena zog ihre Atemmaske zurecht. Aber die Luft brannte weiter in ihren Lungen. Auf ihrem Rücken trug sie den wertvollsten Schatz der neuen Zeit: Einen Jutesack mit versiegeltem, nicht kontaminiertem Saatgut – die Grundlage für die nächste Ernte der Siedlung ›Eden-Nord‹.
Der Weg war noch lang, doch der gefährlichste Abschnitt lag direkt vor ihr: Die Überquerung des Rheins, dessen breites, gefrorenes Band die schnellste, aber riskanteste Route zum gegenüberliegenden Ufer darstellte.
Lena kniete sich am Ufer hin und prüfte das Eis. Es war dick, aber in der Mitte gab es dunkle, dünne Stellen, wo die Unterströmung noch aktiv war. Ein Fehltritt dort bedeutete nicht nur den Tod im eisigen Wasser, sondern auch den Verlust des Saatguts.
Sie zog ihre Schuhspikes an, die ihr auf dem Eis Halt geben würden. Sie hatte zwölf Minuten für die Überquerung. Das war der Rhythmus, in dem die Patrouillen aus dem Norden Streife gingen. Auf ihrem Arm trug sie ein altes digitales Relikt, mit dem sie die Zeitmessung startete: 
Mit bedächtigen, gleichmäßigen Schritten betrat sie die gefrorene Fläche. Jeder Schritt war eine Entscheidung, jeder Knacks unter ihren Füßen ein Adrenalinschub.
Dann hatte sie die Hälfte des Weges geschafft. Das Eis knisterte jetzt lauter. Lena konnte durch die klare Oberfläche die dunkle, fließende Strömung darunter sehen.
Plötzlich hallte ein Schuss über die Ebene. Er traf das Eis etwa zehn Meter von Lena entfernt.
Lena zuckte zusammen und drehte sich um. Dort, am Ufer, das sie gerade verlassen hatte, sah sie drei Silhouetten. ›Ratten‹, Plünderer, die die Kurierrouten überwachten. Sie hatten ihr Licht gesehen, das sie bei der Kontrolle des Eises benutzt hatte.
Die Plünderer wussten, dass niemand wegen einer kleinen Menge über den Rhein ging. Ihnen war klar, dass ihre Fracht wertvoll sein musste.
Einer von ihnen hielt ein Gewehr, ein rostiges, aber gewiss funktionstüchtiges Relikt. Er zielte absichtlich auf das Eis. Er wollte nicht riskieren, die wertvolle Fracht zu beschädigen, indem er direkt auf sie schoss, sondern sie durch den Schock des berstenden Eises zum Anhalten und Aufgeben verleiten. 
Der Einschlag schickte feine Risse durch die Oberfläche, die sich schnell ausbreiteten. Das Eis begann zu singen, ein hohes, unheimliches Geräusch.
Aber Lena durfte nicht rennen. Zu viel Gewicht, zu viel Erschütterung. Sie musste ihr Gewicht so weit wie möglich verteilen. 
Sie ließ sich auf den Bauch fallen und begann, sich mit ihren Schuhspikes und den Händen vorwärtszuschieben. So glitt sie problemlos über die Risse hinweg.
Ein zweiter Schuss knallte. Er schlug noch näher ein, diesmal in einen dunklen Abschnitt. Ein großes Stück Eis splitterte ab und fiel mit einem dumpfen Plumps ins Wasser. Die dunkle Öffnung drohte sie zu verschlingen.
Lena ignorierte den Schock über das berstende Eis und kroch weiter. 
Die Plünderer waren zu vorsichtig, um das Eis selbst zu betreten. Sie setzten ihre Schüsse fort, aber aufgrund der wachsenden Entfernung und wohl auch ihrer Ungeduld mit zunehmend geringerer Präzision. 
Nach neun Minuten und siebzehn Sekunden erreichte Lena den Schnee am anderen Ufer. Sie sprang auf und rannte, bis die Silhouetten der Plünderer außer Sicht waren.
Keuchend hielt sie an. Der Sack mit dem Saatgut war unversehrt. Er enthielt nicht nur Samen, sondern die Hoffnung auf grüne Farbe in einer grauen Welt, die Hoffnung auf Leben im kalten nuklearen Winter.
Der Advent war in dieser Zeit kein Fest des Glanzes, sondern ein Versprechen auf die Rückkehr des Lichts. Und Lena hatte dieses Versprechen gerade über die gefrorene Grenze gebracht.

16.12.25

16 dicembre: L'anomalia vittoriana

 Whitechapel, Londra, 1888.


La nebbia giaceva come un drappo giallastro e fetido sopra i vicoli. Puzzava di polvere di carbone umida, dell’acqua stagnante delle chiuse e di povertà.

L’agente Christopher Finch sollevò il bavero del suo ulster scuro, foderato di lana pesante. In una tasca pulsava il suo crono-sensore, l’unico pezzo di tecnologia che aveva portato con sé dal 2042, che seguiva la firma energetica dell’anomalia temporale.

La sua missione era semplice, ma pericolosissima: trovare la scheggia cronica, un frammento di un propulsore sperimentale perduto durante un volo storico. La sua radiazione incontrollata minacciava di riscrivere gli ultimi centocinquant’anni di storia.

Il sensore vibrò e lui lo prese in mano. Il segnale proveniva dal vicolo davanti a lui, un tunnel buio e umido fra due vecchi casamenti.

Finch cercò di smorzare il suo passo elastico del  suo tempo, adattandolo all’andatura più misurata dell’epoca. Doveva sembrare un uomo di quel tempo, mentre si muoveva attraverso la spessa cortina del passato verso la piccola, decadente bottega di antiquariato.

L’insegna sopra la porta era quasi illeggibile: «Il Tesoriere». Il crono-sensore si illuminò di verde. La scheggia cronica era lì.

Finch spinse la porta di ottone. Un campanello tintinnò fioco. Mentre entrava, il bottegaio dietro il bancone accese una lampada a petrolio; il suo chiarore sommerse il negozio in una luce tenue. L’odore era un miscuglio di metallo vecchio, cuoio umido e un vago sentore d’ozono, emanato dalla scheggia cronica nascosta da qualche parte lì dentro.

Ogni centimetro delle pareti era ricoperto di stranezze: orologi arrugginiti, carte geografiche ingiallite, strani animali meccanici. Un omaggio all’età delle macchine.

Il bottegaio sedeva dietro un bancone stracolmo. Un uomo con una sottile lanugine grigia di capelli e occhi che avevano visto troppo, una pipa tra i denti.

«Posso aiutarla, signore?». La sua voce era roca; fumava troppo.

Finch infilò le mani in tasca e sentì il sensore. «Cerco qualcosa di raro. Un pezzo unico.»

Il bottegaio sorrise appena. «In questa bottega ci sono solo pezzi unici. Mi dica, signore, cerca qualcosa che…  frizzi un poco?»

Il cuore di Finch perse un battito. Il bottegaio lo sapeva. «Cerco un artefatto che provoca una piccola frattura nella continuità», disse con cautela.

Il bottegaio indicò una vecchia cassetta metallica arrugginita sul bancone. «Questo oggetto, dunque. L’ho comprato da un vagabondo. A volte brilla. E altera il ritmo del vecchio orologio laggiù.» Accennò a un orologio a pendolo il cui lancetta dei secondi sobbalzava avanti e indietro a scatti.

Finch aprì la cassetta. All’interno giaceva la scheggia. Sembrava un sassolino argentato e levigato, ed emetteva un ronzio ad alta frequenza appena percettibile.

«Quanto costa?» chiese Finch.

Il bottegaio si protese in avanti. Il suo volto era ora un’ombra nel chiarore della lampada. «Il mio prezzo è conoscenza, signore. Un’informazione che solo un uomo della sua provenienza può possedere. Mi parli delle stelle. Chi ha messo per primo piede sul grande pianeta rosso? I britannici o gli americani?»

Finch esitò. Era una conoscenza che poteva influenzare profondamente la continuità. Ma se avesse lasciato lì la scheggia cronica, quella avrebbe cancellato l’intero futuro, mentre questa informazione ne avrebbe cambiato solo una parte. La scheggia doveva tornare al suo tempo.

«Furono gli americani», disse Finch alla fine. Scelse la trasgressione minore. «Nell’anno 2038.»

Il bottegaio chiuse gli occhi. Un sorriso gli attraversò il volto. «Ora ne so abbastanza. Prenda quell’oggetto. È suo.»

Finch prese la scheggia cronica. Il sensore passò al rosso – scheggia assicurata. 

Uscì in fretta dal negozio. La nebbia si era diradata. Sentiva che il tempo lo osservava. Il prezzo della salvezza era stata un’informazione perduta. Ma il pericolo di una catastrofe cronologica era scongiurato, mentre lui aveva alterato il futuro solo in minima parte.

16. Dezember: Die viktorianische Störung

 
Whitechapel, London, 1888. 

Der Nebel lag wie ein fauler, gelber Vorhang über den Gassen. Es stank nach feuchtem Kohlenstaub, Schleusenwasser und Armut.
Agent Christopher Finch zog den Kragen seines dunklen, dick gefütterten Ulster-Mantels hoch. In einer Manteltasche pulsierte sein Chrono-Sensor, das einzige Stück Technologie, das er von 2042 mitgebracht hatte und das die Energie-Signatur der Zeitanomalie verfolgte.
Seine Mission war einfach, aber sehr gefährlich: Finde den Chronon-Splitter: ein Fragment eines experimentellen Antriebs, das während eines historischen Flugs verloren gegangen war. Seine unkontrollierte Strahlung drohte, die letzten 150 Jahre der Geschichte neu zu schreiben.
Der Sensor schlug aus und er nahm ihn in die Hand. Das Signal kam aus der Gasse vor ihm, einem dunklen, nassen Tunnel zwischen zwei alten Mietshäusern.
Finch versuchte, seinen modernen, federnden Schritt abzulegen und ihn an die gemessene Gangart der Epoche anzupassen. Er musste wie ein Mann dieser Zeit wirken, als er durch den dicken Schleier der Vergangenheit zu dem kleinen, verfallenen Antiquitätengeschäft ging.
Das Schild über der Tür war kaum lesbar: »Der Schatzmeister«. Der Chrono-Sensor glühte grün. Der Splitter war hier.
Finch drückte die Messingtür auf. Ein Glöckchen schellte schwach. Als er eintrat, zündete der Händler hinter dem Tresen eine Petroleumlampe an; sie tauchte den Laden in schummriges Licht. Der Geruch war eine Mischung aus Altmetall, feuchtem Leder und einem Hauch von Ozon, der von dem Chronon-Splitter ausging, der sich irgendwo hier befand.
Jeder Zentimeter der Wände war bedeckt mit Kuriositäten: verrostete Uhren, vergilbte Karten, seltsame mechanische Tiere. Eine Hommage an das Zeitalter der Maschinen.
Der Händler saß hinter einem überladenen Tresen. Ein Mann mit einer dünnen, grauen Flaum von Haar und Augen, die zu viel gesehen hatten, eine Pfeife zwischen den Zähnen.
»Kann ich Ihnen helfen, mein Herr?«. Seine Stimme war heiser; er rauchte zu viel.
Finch schob seine Hände in die Taschen und spürte den Sensor. »Ich suche etwas Seltenes. Ein Unikat.«
Der Händler lächelte dünn. »In diesem Laden gibt es nur Unikate. Sagen Sie mir, mein Herr, suchen Sie etwas mit einem gewissen ›Zischen‹?«
Finchs Herz setzte einen Schlag aus. Der Händler wusste es. »Ich suche ein Artefakt, das einen kleinen Bruch in der Kontinuität verursacht«, sagte er vorsichtig.
Der Händler deutete auf eine alte, rostige Metallkassette auf dem Tresen. »Dieses Stück also. Ich habe es von einem Landstreicher gekauft. Es glüht manchmal. Und es verändert die Taktung der alten Uhr dort.« Er nickte zu einer Pendeluhr, deren Sekundenzeiger ruckartig vor und zurück zuckte.
Finch öffnete die Kassette. Dort lag der Splitter. Er sah aus wie ein poliertes, silbernes Steinchen und gab ein kaum wahrnehmbares, hochfrequentes Brummen von sich.
»Wie viel kostet es?«, fragte Finch.
Der Händler lehnte sich vor. Sein Gesicht war jetzt ein Schatten im Lampenschein. »Mein Preis ist Wissen, mein Herr. Eine Information, die nur ein Mann Ihrer Herkunft besitzen kann. Erzählen Sie mir von den Sternen. Wer hat als Erstes den großen roten Planeten betreten? Die Briten oder die Amerikaner?«
Finch zögerte. Das war Wissen, das die Kontinuität tief beeinflussen konnte. Aber ließe er den Splitter zurück, würde der die gesamte Zukunft löschen, während diese Information nur einen Teil davon ändern würde. Der Splitter musste zurück in seine Zeit.
»Es waren die Amerikaner«, sagte Finch schließlich. Er wählte die kleinere Übertretung. »Im Jahr 2038.«
Der Händler schloss die Augen. Ein Lächeln ging über sein Gesicht. »Jetzt weiß ich genug. Nehmen Sie das Ding. Es gehört Ihnen.«
Finch nahm den Splitter an sich. Der Sensor schaltete auf rot – Splitter gesichert.
Schnell verließ er den Laden. Der Nebel hatte sich gelichtet. Er spürte, dass die Zeit ihn beobachtete. Der Preis der Rettung war eine verlorene Information. Die Gefahr einer chronologischen Katastrophe war gebannt, während er die Zukunft nur minimal verändert hatte.

15.12.25

15 dicembre: Il buffone di corte e il mostro del protocollo

 Corte Reale di Gran Burlesonia, Stanza 404 dell’Ala Ovest.

La situazione era drammatica, ma perfettamente in regola con il protocollo.
Il Principe Albrecht, erede dei Sette Regni Sfavillanti, era a letto sofferente. Pativa della Tubercolosi Avventizia Regale (TAR), un malanno curabile solo tramite una singola sostanza: la Bacca Avventizia Non Ufficiale dell’Umiltà (BANU).
Il buffone di corte Pip sedeva ai piedi  del maestoso trono del re, ornato di volants dorati.Era l’unico a non portare parrucca e il cui cervello non era stato corroso dalla dose giornaliera di etichetta.
«Archivarius», sussurrò il re, la cui voce era ovattata dall’indossare la Membrana Vocale Ufficiale del Capo di Stato. «L’Alta Commissione per le Acquisizioni Urgenti e le Strozzature Logistiche (CAU-SL) è in seduta da tre ore. «Non stiamo facendo progressi.»
Pip gemette  sommessamente nel suo cappello a sonagli di Leggerezza Mirata. «Ma Vostra Maestà Serenissima, la bacca cresce proprio fuori dal portone ovest, nella neve. Potrei prenderla in due minuti.»
Il re si strinse nelle spalle, causando un lieve spostamento delle Spalline Cerimoniali della Dignità di Stato. «Impossibile, Pip. Violeresti la Legge per la Regolamentazione dell’Accesso Pubblico alle Necessità Botaniche (LR-ANB, § 4b). Ci serve prima il modulo 33b – Domanda d’Accesso al Terreno Non Ufficiale per il Prelievo della BANU, timbrato dal Ministero per le Emergenze Fitologiche (MEF).»
Il Supremo Grande Archivista per le Masse Cartacee Storico-Rilevanti (SG-ACR) fece un passo avanti. La sua parrucca era più alta di Pip. «Il MEF non può processare il modulo 33b. Manca la Domanda di Assegnazione della Facoltà di Timbrare (DA-FT) dall’Ufficio per le Autorizzazioni Temporanee (UAT). E l’UAT questo pomeriggio è chiuso per la Decima Pausa Caffè Annuale dei Funzionari Amministrativi.»
Pip sentì il suo cervello iniziare a fumare per lo stress burocratico. Il principe stava diventando sempre più pallido.
«La bacca deve essere somministrata entro la prossima ora!», gridò la Medica di Corte per le Terapie Alternative Magiche (MC-TAM).
Pip si alzò. Guardò il principe che tossiva. Poi guardò il caos orchestrato dagli idioti ben organizzati.
Pip si pose al centro della sala sfarzosa. «Maestà! Nobili Dame e Signori della CAU-SL! Ho un Annuncio Ufficiale di Urgenza per la Sospensione Temporanea della Sensatezza!»
La sala ammutolì. Lo SG-ACR sfoderò immediatamente il suo blocco per appunti. «Qual è il modulo di riferimento? Esiste un formulario?»
«È il modulo Non-Esiste!», gridò Pip a gran voce. «Dichiaro che la Maestà Soffre di Inappetenza Emotiva Estrema! Ha urgente bisogno del supporto della Sottile Magia della Distrazione!»
Il re aggrottò la fronte. «Distrazione? Qual è il protocollo per la Distrazione?»
«Non ce n’è uno!», trionfò Pip. «Rientra nella giurisdizione del Buffone di Corte per l’Igiene Mentale Spontanea. E per ciò mi serve un’Ordinanza Speciale di Sgombero!»
Pip batté le mani. «Tutte le persone con un’altezza della parrucca superiore ai 30 centimetri devono lasciare la sala, per concedere all’Alto Principe del Destino una visione libera del Miracolo della Semplicità!»
I funzionari andarono nel panico. Le loro parrucche erano il loro orgoglio. Inciamparono nelle proprie toghe, tentarono di coprire le parrucche con i documenti e si riversarono fuori dalla sala.
Il re era irritato. «Pip, questo è inaudito! Da dove attingi tale autorità?»
«Dall’Editto per la Preservazione della Vita dell’Erede al Trono, Maestà! E quello ha sempre la precedenza!», disse Pip, afferrando fulmineo uno dei Timbri Protocollari Ufficiali dell’archivista.
La stanza si era svuotata. Erano rimasti solo la medica di corte, il principe e il re.
Pip corse alla finestra, che dava direttamente sul giardino innevato dove cresceva la BANU. Spalancò la finestra, ignorando il Decreto Legale per l’Osservanza della Costanza Termica degli Ambienti.
Allungò il braccio, timbrò il davanzale con il timbro dell’archivista («Accesso consentito – Secondo Protocollo A-Z-113, Art. 4c. Valido per 2 minuti.») e colse la bacca rossa luminosa.
«Ecco, Principe», disse Pip. Porse la bacca al principe.
Il principe mangiò la bacca. Subito il rossore della malattia svanì. Respirò a fondo. «Io... mi sento molto meglio! Grazie, Pip!»
«Prego, Altezza», disse Pip. Guardò il re, che era sbalordito.
«Pip!», ringhiò il re. «Hai appena violato diciassette leggi e ignorato il MEF!»
«Possibile, Vostra Maestà. Ma il principe vive. Ho seguito il Protocollo Primario: Preservazione della Linea di Sangue Reale. E ora devo compilare la Domanda per la Richiesta del Perdono (DRP). Suppongo ci vorranno tre settimane. Nel frattempo, desidera un caffè?»

15. Dezember: Der Hofnarr und das Protokoll-Monstrum

 Königlicher Hof von Groß-Rüpelstein, Zimmer 404 des Westflügels. 


Die Situation war dramatisch, aber vollkommen protokollgemäß.

Prinz Albrecht, der Erbe der Sieben Glitzernden Reiche, lag darnieder. Er litt an der Königlichen Adventstuberkulose (KAT), einer Erkrankung, die nur durch eine einzige Substanz geheilt werden konnte: die Inoffizielle Advents-Beere der Bescheidenheit (IAB).

Der königliche Hofnarr Pip saß am Fuße des majestätischen, mit vergoldeten Volants verzierten Thronsessels des Königs. Er war der einzige, der keine Perücke trug und dessen Gehirn nicht durch die tägliche Dosis Etikette korrodiert war.

»Archivarius«, flüsterte der König, dessen Stimme durch das Tragen der Offiziellen Sprach-Membran des Staatsoberhauptes dumpf klang. »Die Hohe Kommission für Dringliche Beschaffungen und Logistische Engpässe (HKDBLE) tagt seit drei Stunden. Wir kommen nicht weiter.«

Pip stöhnte leise in seinen Gezielten-Leichtsinns-Glockenhut. »Aber Herrscherliche Hoheit, die Beere wächst direkt vor dem Westtor, im Schnee. Ich könnte sie in zwei Minuten holen.«

Der König zuckte die Achseln, was eine leichte Verschiebung seiner Formalen Schulterpolster der Staatswürde verursachte. »Unmöglich. Pip. Du würdest gegen das Gesetz zur Regulierung des Öffentlichen Zutritts zu Botanischen Notwendigkeiten (GRÖZBN, § 4b) verstoßen. Wir brauchen erst das Formular 33b – Antrag auf Betreten des Unoffiziellen Geländes zur Entnahme von IAB, gestempelt durch das Ministerium für Pflanzliche Notlagen (MPN).«

Der Oberste Groß-Archivar für Historisch-Relevante Papiermassen (OGA-HRP) trat vor. Seine Perücke war höher als Pip. »Das MPN kann das Formular 33b nicht bearbeiten. Es fehlt der Antrag auf Zuteilung der Stempelbefugnis (AZS-Befugnis) vom Amt für Temporäre Autorisierungen (AfTA). Und AfTA ist heute Nachmittag geschlossen wegen der Zehnten Alljährlichen Kaffeepause der Verwaltungsbeamten.«

Pip spürte, wie sein Gehirn vor Bürokratie-Stress zu qualmen begann. Der Prinz wurde blasser.

»Die Beere muss innerhalb der nächsten Stunde verabreicht werden!«, rief die Hofärztin für Alternative Magische Heilmethoden (HA-HM).

Pip stand auf. Er sah den hustenden Prinzen an. Dann sah er das Chaos, das von den gut organisierten Idioten angerichtet wurde.

Pip stellte sich in die Mitte des prunkvollen Saales. »Hoheit! Edle Damen und Herren der HKDBLE! Ich habe eine Offizielle Dringlichkeits-Ankündigung zur Temporären Aussetzung der Sinnhaftigkeit!«

Der Saal verstummte. Der OGA-HRP zückte sofort seinen Notizblock. »Welches Formular ist das? Gibt es eine Vorlage?«

»Formular Nein-Gibt-Es-Nicht!«, rief Pip laut. »Ich verkünde, dass Königliche Hoheit an Extremer Emotionaler Appetitlosigkeit leidet! Er braucht dringend Unterstützung durch die Subtile Magie der Ablenkung!«

Der König runzelte die Stirn. »Ablenkung? Was ist das Protokoll für Ablenkung?«

»Es gibt keines!«, triumphierte Pip. »Es fällt unter die Jurisdiktion des Hofnarren für Spontane Geistige Hygiene. Und dazu brauche ich eine Spezielle Räumungsanordnung!«

Pip klatschte in die Hände. »Alle Personen mit einer Perückenhöhe von über 30 Zentimetern müssen das Zimmer verlassen, um dem Hohen Prinzen des Schicksals eine freie Sicht auf das Wunder der Einfachheit zu gewähren!«

Die Beamten gerieten in Panik. Ihre Perücken waren ihr ganzer Stolz. Sie stolperten über ihre eigenen Roben, versuchten, ihre Perücken mit ihren Dokumenten zu bedecken, und stürzten aus dem Raum.

Der König war irritiert. »Pip, das ist unerhört! Woher hast du die Befugnis?«

»Von der Verordnung zur Erhaltung des Lebens des Thronerben, Majestät! Und die hat immer Vorrang!«, sagte Pip, während er sich blitzschnell einen der Offiziellen Protokoll-Stempel des Archivars schnappte.

Der Raum hatte sich geleert. Nur die Hofärztin, der Prinz und der König blieben zurück.

Pip rannte zum Fenster, das direkt auf den verschneiten Garten blickte, in dem die IAB wuchs. Er riss das Fenster auf und ignorierte den Gesetzlichen Erlass zur Einhaltung der Raumtemperatur-Konstanz.

Er streckte den Arm aus, stempelte das Fenster mit dem Archivar-Stempel («Zutritt erlaubt – Gemäß Protokoll A-Z-113, Abs. 4c. Gültig für 2 Minuten.«) und pflückte die leuchtend rote Beere.

»Hier, Prinz«, sagte Pip. Er reichte die Beere dem Prinzen.

Der Prinz aß die Beere. Sofort verschwand die Röte der Krankheit. Er atmete tief durch. »Ich ... ich fühle mich viel besser! Danke, Pip!«

»Gern geschehen, Hoheit«, sagte Pip. Er sah den König an, der fassungslos war.

»Pip!«, knurrte der König. »Du hast soeben gegen siebzehn Gesetze verstoßen und das MPN ignoriert!«

»Möglich, Eure Hoheit. Aber der Prinz lebt. Ich habe das Primäre Protokoll befolgt: Erhaltung der Königlichen Blutlinie. Und jetzt muss ich den Antrag auf Beantragung der Verzeihung (ABV) ausfüllen. Ich schätze, das dauert drei Wochen. Wollen Sie in der Zwischenzeit Kaffee?«

14.12.25

14. Dezember: Der lila Atem

 
Mars-Forschungsstation Ares-3, Sektor Grün, 08:00 Standard-Ortszeit.

Die Alarmlichter pulsierten in aggressivem Rot. Überall in der Station ertönte das tiefe, grollende Heulen des Mars-Sandsturms.
Dr. Rainer Westen, Leiter der Botanik-Sektion, rieb sich den Schlaf aus den Augen. Er hasste diesen Klang, denn er bedeutete Isolation, Druck und Gefahr. Er stürzte zum Analyse-Terminal und überflog die automatisch generierten Diagnosen.
»Westen, Bericht!« Die Stimme von Kommandantin Ilenia knisterte im Kommunikator.
Rainer blieb vor den Bildschirm stehen. »Biosphäre 1 hat einen kritischen Ausfall. Der Hauptregler für die CO2 -Zufuhr ist blockiert. Er reagiert auch nicht mehr auf manuelle Befehle. Ein mechanischer Defekt also, verursacht durch den Sturm-Überdruck.«
Ilenias Stimme blieb unbewegt. »Was bedeutet das für uns?«
»Wenn die Algenkultur mehr als 20 Minuten kein weiteres Kohlendioxid erhält, kippt der Kreislauf. Die Photosynthese stoppt und die Algen beginnen zu zerfallen. Wenn das entstehende Methanol über die Luftfilter in die Station gelangt, sterben wir alle hier innerhalb von drei Stunden an Vergiftung.« Die Algen waren die Lunge der Station.
»Kannst du es reparieren?«, fragte Ilenia.
»Nur manuell, in die Kuppel selbst. Ich brauche einen Anzug und 20 Minuten. Die Station hält dem Druck stand, aber die Kuppelwände der Biosphäre sind dünn. Sie ächzt bereits und die Diagnosen zeigen eine kritische Materialermüdung.« 
»20 Minuten, Rainer. Der Sturm wird noch schlimmer. Wenn die Kuppel reißt, wird unsere Schleuse von einer Flut aus Sand und Trümmern getroffen. Ich muss sie dann sofort versiegeln. Du bliebest draußen. Also beeil dich.« 
Rainer beendete die Verbindung. Er rannte zur Anzug-Sektion. Der Schutzanzug war schwer, klobig und seine Lebensversicherung. Er zog ihn hastig an, seine Bewegungen waren von jahrelanger Routine geprägt. Dann umhüllte ihn der Anzug mit seiner beruhigenden Enge. 
Die Uhr tickte. 18:30 Minuten.
Er betrat die Außenschleuse, den Übergang zum Marsboden. Die Wände gaben ein knarrendes Geräusch von sich, als der Druckausgleich begann.
Als sich die Schleusentür zum Mars öffnete, traf ihn der Sturm. Der Wind war ein Tier, das ihn packte und schüttelte. Der Sand hämmerte gegen den Visor seines Helms. Alles um ihn herum war in ein tiefes, wütendes Rot getaucht.
Rainer kämpfte sich die 50 Meter zur Biosphäre 1 vor. Die Kuppel war ein riesiger, durchsichtiger Dom. Die dünne Außenhaut wölbte sich unter dem Druck des Sturms beunruhigend stark nach innen.
Er erreichte die Notschleuse der Kuppel – der einzige Zugang für Wartungsarbeiten in diesem Sektor – und gab den Code ein. Die Tür zischte und öffnete sich. Er stürzte hinein.
Im Inneren war es feuchtwarm und es roch nach Erde und Algen. Der Defekt befand sich im zentralen Regler, einem großen Metallkasten, der für die Atmosphärenbilanz der gesamten Kuppel verantwortlich war.
10:00 Minuten.
Rainer begann, den Kasten aufzuschrauben. Seine klobigen Handschuhe machten die Arbeit schwierig. Aber er fand das verklemmte Zahnrad und löste es mit einem beherzten Ruck. Das System summte und begann wieder, Kohlendioxid in die Nährlösung der Algen zu pumpen.
Geschafft. Die Lunge der Station war gerettet. 6:45 Minuten verblieben ihm. 
Er atmete erleichtert auf und sah sich um. Doch seine Erleichterung verschwand, als er auf die Tanks blickte.
Die Algen änderten ihre Farben in einem unnatürlichen Rhythmus - Grün, Blau, dann ein tiefes, unheimliches Violett. Das war nicht normal. Aber Rainer wusste, dass die Algen bei extremem Umweltstress oft zu leuchten begannen. 
Er ging zu einem Tank. Und sah, dass die Algen nicht nur Sauerstoff produzierten. Unter dem Überdruck des Sturms, der selbst die Nährlösung komprimierte, hatten sie begonnen, feste Strukturen zu schaffen: Winzige, verzweigte, kristalline Gebilde schwebten unter dem Glas. Eine unbekannte biologische Anomalie. Die Nährlösung enthielt immer auch eine winzige Menge Mars-Staub und reagierte nun damit.
Er griff nach einem Behälter und entnahm schnell eine Probe der Kristalle und der violett leuchtenden Algenflüssigkeit.
In diesem Moment traf eine besonders starke Windböe die Kuppel. Ein lautes, berstendes Geräusch. Dann ging ein Riss  durch die Kuppelwand, direkt neben der Schleuse. Der Sturm, nun da die Algen gerettet waren, hatte die Kuppel gesprengt.
»Rainer! Sofort raus! Die Struktur gibt nach!«, brüllte Ilenia in seinem Helm.
Rainer rannte zur Notschleuse. Er konnte das Zischen der entweichenden Luft hören. Gerade als der Riss sich auf über einen Meter ausdehnte, presste er sich durch die Tür.
Er stolperte zurück zur Station. 00:30 Sekunden.
Er erreichte die Außenschleuse, bevor Ilenia die Notsperrung aktivierte und ihn ausschloss. 
Dann sicherte sie die Station.
Rainer lehnte sich erschöpft gegen die kalte Metallwand. Er hatte die Station gerettet. Und in seiner Hand hielt er die Probe der leuchtenden, violetten Alge und der kristallinen Strukturen. 
Der Sturm hatte nicht nur Sand gebracht, sondern eine Synthese erzwungen. 
Die menschliche Biosphäre war von nun an Teil eines hybriden, unvorhersehbaren Ökosystems. Die Menschen wurden gezwungen, sich an die fremde, unbeugsame Ökologie des Biests Mars anzupassen.

14 dicembre: Il respiro viola

 
Stazione di Ricerca Marziana Ares-3, Settore Verde, 08:00 ora locale standard.

Le luci d’allarme pulsavano in un rosso aggressivo. In ogni angolo della stazione risuonava il cupo, brontolante ruggito della tempesta di sabbia marziana.
Il dottor Rainer Westen, capo della sezione botanica, si stropicciò il sonno dagli occhi. Detestava quel suono, perché significava isolamento, pressione e pericolo. Si precipitò al terminale di analisi e scorse le diagnosi generate automaticamente.
«Westen, rapporto!» La voce della comandante Ilenia crepitò nel comunicatore.
Rainer si fermò davanti allo schermo. «La Biosfera 1 ha un malfunzionamento critico. Il regolatore principale per l’immissione di CO2 è bloccato. Non risponde più neanche ai comandi manuali. Quindi un guasto meccanico, causato dalla sovrappressione della tempesta.»
La voce di Ilenia rimase impassibile. «Cosa significa per noi?»
«Se la coltura di alghe non riceve altro diossido di carbonio per più di 20 minuti, il ciclo collassa. La fotosintesi si arresta e le alghe iniziano a decomporsi. Se il metanolo che si forma entra nella stazione attraverso i filtri dell’aria, moriremo tutti quanti per avvelenamento entro tre ore.» Le alghe erano i polmoni della stazione.
«Puoi ripararlo?» chiese Ilenia.
«Solo manualmente, all’interno della cupola stessa. Mi serve una tuta e 20 minuti. La stazione regge la pressione, ma le pareti della Biosfera sono sottili. Stanno già gemendo e le diagnosi mostrano un’affaticamento critico del materiale.»
«20 minuti, Rainer. La tempesta peggiorerà. Se la cupola si rompe, Se la cupola si rompe, la nostra camera di decompressione verrà investita da un’ondata di sabbia e detriti. Dovrò sigillarlo immediatamente. Tu resteresti fuori. Quindi sbrigati.»
Rainer terminò la connessione. Corse alla sezione tute. La tuta di protezione era pesante, ingombrante, e la sua assicurazione sulla vita. La indossò in fretta, i suoi movimenti plasmati da anni di routine. Poi la tuta lo avvolse nella sua rassicurante costrizione.
L’orologio ticchettava. 18:30 minuti.
Entrò nella camera di decompressione esterna, il passaggio al suolo marziano. Le pareti emisero un suono scricchiolante mentre iniziava l’equalizzazione della pressione.
Quando la porta della camera di decompressione si aprì su Marte, la tempesta lo colpì. Il vento era una bestia che lo afferrava e lo scuoteva. La sabbia martellava contro il visore del casco. Tutto intorno a lui era immerso in un rosso profondo e furioso.
Rainer procedette faticosamente per i 50 metri che lo separavano dalla Biosfera 1. La cupola era un enorme, trasparente duomo. Sotto la pressione della tempesta, la calotta esterna si gonfiava verso l’interno in modo preoccupante.
Raggiunse la camera di decompressione d’emergenza della cupola – l’unico accesso per la manutenzione in quel settore – e inserì il codice. La porta sibilò e si aprì. Si gettò dentro.
All’interno, l’aria era umida e calda, e odorava di terra e alghe. Il guasto si trovava nel regolatore centrale, una grossa cassa metallica responsabile del bilancio atmosferico dell’intera cupola.
10:00 minuti.
Rainer iniziò a svitare il pannello della cassa. I suoi ingombranti guanti rendevano il lavoro difficile. Ma trovò l’ingranaggio inceppato e lo liberò con una decisa scrollata. Il sistema ronzò e riprese a pompare diossido di carbonio nella soluzione nutriente delle alghe.
Fatto. I polmoni della stazione erano salvi. Gli rimanevano 6:45 minuti.
Trasse un respiro di sollievo e si guardò intorno. Ma il suo sollievo svanì quando il suo sguardo cadde sulle vasche.
Le alghe stavano cambiando colore con un ritmo innaturale – verde, blu, poi un profondo, inquietante viola. Non era normale. Ma Rainer sapeva che le alghe, sotto stress ambientale estremo, spesso iniziavano a luminescere.
Si avvicinò a una vasca. E vide che le alghe non stavano solo producendo ossigeno. Sotto la sovrappressione della tempesta, che comprimeva persino la soluzione nutriente, avevano iniziato a creare strutture solide: piccoli, ramificati elementi cristallini galleggiavano sotto il vetro. Un’anomalia biologica sconosciuta. La soluzione nutriente conteneva sempre anche una minima quantità di polvere marziana, e ora reagiva con essa.
Afferrò un contenitore e prelevò rapidamente un campione dei cristalli e del liquido delle alghe luminescente viola. 
In quel momento, una raffica di vento particolarmente violenta colpì la cupola. Un forte, lacerante suono. Poi una crepa si aprì nella parete della cupola, proprio accanto alla camera di decompressione. La tempesta, ora che le alghe erano salve, aveva fatto esplodere la cupola.
«Rainer! Fuori subito! La struttura sta cedendo!» urlò Ilenia nel suo casco.
Rainer corse verso la camera di decompressione d’emergenza. Poteva sentire il sibilo dell’aria che fuggiva. Proprio mentre la crepa si allargava a oltre un metro, si spinse attraverso la porta.
Ritornò barcollando verso la stazione. 00:30 secondi.
Raggiunse la camera di decompressione esterna un attimo prima che Ilenia attivasse il blocco d’emergenza e lo escludesse.
Poi lei sigillò la stazione.
Rainer si appoggiò esausto alla fredda parete metallica. Aveva salvato la stazione. E nella sua mano stringeva il campione dell’alga luminescente viola e delle strutture cristalline.
La tempesta non aveva portato solo sabbia, ma aveva forzato una sintesi.
Da quel momento in poi, la biosfera umana era parte di un ecosistema ibrido, imprevedibile. Gli umani erano costretti ad adattarsi all’estranea, inflessibile ecologia della bestia chiamata Marte.

13.12.25

13 dicembre: Il fardello della suora


Villaggio di Eichenberg, 1348.

La neve giaceva fitta e intatta sui tetti coperti di paglia. Un silenzio inquietante regnava tutt’intorno – un silenzio che nasceva dalla paura.
Suor Agnes si strinse addosso il mantello di tessuto grezzo. Il suo volto giovane era segnato dalla stanchezza. La peste, il flagello nero, aveva  raggiunto il piccolo convento già giorni prima. Tre suore erano morte.
Agnes era la più giovane e la più robusta delle suore. La badessa le aveva ordinato di cercare nella foresta l’ultima speranza del villaggio: l’artemisia argentea e le bacche di ginepro – erbe che potevano alleviare i sintomi.
Portava un piccolo cesto di vimini per le erbe e un bastone di ferro per il cammino. Il sentiero l’avrebbe condotta in profondità nelle selve inospitali ai piedi delle colline.
Presso il pozzo del villaggio incontrò Klaus, il fabbro. I suoi occhi erano arrossati e pieni di diffidenza. L’isteria aveva già avvelenato la comunità, ancor prima che lo facesse la malattia.
«Dove vai, Suor Agnes?» ringhiò lui. «Perché abbandoni il convento sbarrato? Ci porti solo sventura.»
Agnes sostenne il suo sguardo. «Cerco le cure, Klaus. Per i tuoi. Abbiate fede. Il nostro dovere è compiere l’opera di Dio.»
«Dio ci ha abbandonati» disse amaro il fabbro. Le sbarrò il cammino. «Torna indietro! Tu sei la messaggera della morte!»
Agnes fece un passo di lato, senza proferire parola. Sapeva che le parole, ora, non portavano guarigione. Contavano solo le azioni.
Il fabbro esitò. La suora emanava una determinazione che risvegliò la sua paura dell’ignoto. La lasciò passare, e lei si diresse risoluta verso il margine del bosco.
Nella foresta, il freddo si fece più intenso. Qui non c’era la peste da temere, solo il freddo puro e spietato della foresta di dicembre.
Agnes s’inginocchiò. L’artemisia argentea cresceva al riparo delle radici di vecchie querce. Dovette scavare a fondo nella neve per trovare le delicate foglie verde pallido. Le bacche di ginepro pendevano ghiacciate dai rami bassi. Le sue dita divennero ben presto intorpidite.
Lavorava con calma e diligenza. Ogni pianta, ogni bacca venne colta con una breve preghiera.
Quando il cesto fu mezzo pieno, scorse un movimento nel folto della boscaglia.  Un lupo. Era magro e affamato.
Agnes si rialzò e di nuovo afferrò saldamente il suo bastone. Lo sollevò a mo’ di simbolo del suo dovere divino – una silenziosa affermazione della sua determinazione.
Parlò a bassa voce, eppure le sue parole si propagarono per il bosco: «Siamo entrambi vittime di questo gelo. Non cerco carne, ma rimedio. Lasciami compiere il mio dovere.»
Il lupo esitò, annusando l’aria. Fiutava le erbe che la suora portava con sé.
Dopo un lungo, silenzioso momento, il lupo si voltò e scomparve nella foresta.
Agnes continuò a riempire il cesto. Quando scese il crepuscolo, era colmo e la sua opera era compiuta.
Fece ritorno al villaggio. Klaus, il fabbro, era di nuovo al pozzo. Posò lo sguardo sul cesto ricolmo.
Non disse parola, si limitò ad annuire con fare grave. La paura era ancora lì, ma il calore del coraggio di Agnes era una piccola vittoria contro il gelo dell’anima.
Agnes varcò il portone del convento. Sentiva il peso del cesto al suo fianco: il fardello del suo dovere – e la speranza di guarigione degli infermi.

13. Dezember: Die Bürde der Nonne

 Dorf Eichenberg, 1348. 

Der Schnee lag dicht und unberührt auf den strohbedeckten Dächern. Eine unheimliche Stille herrschte ringsum – eine Stille, die  von der Angst stammte.
Schwester Agnes zog den grob gewebten Mantel enger um sich. Ihr junges Gesicht war gezeichnet von Müdigkeit. Die Pest, die schwarze Geißel, hatte das kleine Kloster schon vor Tagen erreicht. Drei Nonnen waren gestorben.
Agnes war die jüngste und stärkste der Nonnen. Ihre Äbtissin hatte sie beauftragt, im Wald die letzte Hoffnung des Dorfes zu suchen: silbernen Beifuß und  Wacholderbeeren – Kräuter, die die Symptome lindern konnten.
Sie trug einen kleinen Korb aus Weidenruten für die Kräuter und einen eisernen Stab für den Weg. Der Pfad würde sie tief in die  unwirtlichen Wälder am Fuße der Hügel führen.
Am Dorfbrunnen traf sie auf Klaus, den Schmied.  Seine Augen waren gerötet und voller Misstrauen. Die Hysterie hatte die Gemeinschaft schon vergiftet, bevor es die Krankheit tat.
»Wohin, Schwester Agnes?«, knurrte er. »Warum verlässt du das abgeriegelte Kloster? Du bringst uns nur Unheil.«
Agnes hielt seinem Blick stand. »Ich suche Heilung, Klaus. Für die Deinigen. Habt Vertrauen. Unsere Pflicht ist es, Gottes Werk zu vollenden.«
»Gott hat uns verlassen», sagte der Schmied bitter. Er stellte sich ihr in den Weg. »Kehr um! Du bist die Botin des Todes!«
Agnes machte wortlos einen Schritt zur Seite. Sie wusste, dass Worte jetzt keine Heilung brachten. Nur Taten zählten. 
Der Schmied zögerte. Die Nonne strahlte eine Entschlossenheit aus, die seine Angst vor dem Unbekannten weckte. Er ließ sie durch und sie ging direkt auf den Waldrand zu.
Im Wald wurde die Kälte intensiver. Hier gab es keine Angst vor der Pest, nur die reine, gnadenlose Kälte des Dezemberwaldes.
Agnes ging in die Knie. Der silberne Beifuß wuchs im Schutz von alten Eichenwurzeln. Sie musste tief in den Schnee greifen, um die zarten, blassgrünen Blätter zu finden. Die Wacholderbeeren hingen gefroren an den niedrigen Ästen. Ihre Finger wurden bald taub.
Sie arbeitete bedächtig und sorgfältig. Jede Pflanze, jede Beere wurde mit einem kurzen Gebet geerntet. 
Als der Korb halb voll war, sah sie eine Bewegung im Dickicht. Ein Wolf. Er war mager und hungrig.
Agnes erhob sich  und nahm ihren Stab wieder fest in die Hand. Sie hob   als  Symbol ihrer göttlichen Pflicht – eine stille Versicherung ihrer Entschlossenheit.
Sie sprach leise und   dennoch wurde ihre Stimme durch den Wald getragen: »Wir sind beide Opfer dieser Kälte. Ich suche kein Fleisch, sondern Heilung. Lass mich meine Pflicht erfüllen.«
Der Wolf zögerte und flehmte. Er witterte die Kräuter, die die Nonne mit sich trug. 
Nach einem langen, schweigenden Moment drehte sich der Wolf um und verschwand im Wald.
Agnes füllte den  Korb weiter. Als die Dämmerung einsetzte, war  er voll und ihre Arbeit getan.
Sie kehrte zum Dorf zurück. Klaus, der Schmied,  stand wieder am Brunnen. Er blickte auf den vollen Korb.
Er sprach kein Wort, sondern nickte nur schwerfällig. Die Angst war immer noch da, aber die Wärme von Agnes’ Mut war ein kleiner Sieg gegen die Kälte der Seele.
Agnes ging durch das Tor des Klosters. Sie spürte das  Gewicht des Korbes an ihrer Hüfte: die Bürde ihrer Pflicht – und die Hoffnung der Kranken auf Genesung.

12.12.25

12 dicembre: La luce del sole invernale

 Monastero Sanctus Ignis, 03:00

Il silenzio era più compatto della neve fresca. Fratello Anselmo inspirò lentamente e profondamente. L’aria gelida di montagna gli bruciava nei polmoni, ma purificava la sua mente.

Il priore giaceva esanime, e il suo respiro era superficiale e irregolare. I rimedi tradizionali dei monaci avevano fallito. Solo il girasole invernale poteva salvarlo adesso. Una pianta che doveva il suo nome al fatto che fioriva solo nella notte più buia dell’inverno – e che emanava una luce propria.

Anselmo indossava una pesante tonaca marrone e solidi stivali di cuoio. Nella mano teneva una semplice lanterna, il cui olio era protetto da un leggero incantesimo.

«Sii vigile, fratello», aveva avvertito il monaco più anziano. «La foresta è ora dimora di creature che bramano la luce del fiore. Affrettati, ma non perdere la calma.»

Anselmo lasciò la pietrosa protezione del monastero. Camminava con cautela verso il margine del bosco. La neve sotto i suoi stivali scricchiolava silenziosa.

La foresta protetta dalla magia iniziava proprio nelle vicinanze del monastero. Gli alberi erano giganteschi, i rami carichi di ghiaccio e neve. L’aria si fece più densa, il silenzio più profondo.

Doveva trovare il «Calice di Ghiaccio». Un piccolo cratere dove il fiore prosperava da secoli.

Anselmo seguì un sentiero appena visibile, indicato solo da marchi magici: piccole macchie verdi sul muschio grigio degli alberi.

Un rumore improvviso lo strappò ai suoi pensieri. Un fruscio che non veniva dal vento. Qualcosa di grande che scivolava sulla neve.

Anselm alzò la lanterna più in alto. Vide una sagoma scura che si nascondeva dietro un abete rosso. Un metamorfo, che non aveva ancora trovato la sua forma definita – solo una massa oscillante di ombre e pelliccia.

La creatura era attratta dal profumo del fiore. Sentiva che il momento della fioritura era imminente.

Anselmo ricordò l’insegnamento: le creature magiche non temono la violenza, ma la calma assoluta.

Abbassò la lanterna e chiuse gli occhi. Si concentrò sul suono del proprio battito cardiaco. Cantava un piccolo canto meditativo dei monaci, una melodia sulla pazienza dell’inverno.

La sagoma rimase ferma. Il fruscio diminuì. La creatura comprese il linguaggio della purezza e dell’anima.

Quando Anselmo riaprì gli occhi, la sagoma era scomparsa. Rimaneva solo un vortice di neve fine.

Proseguì il cammino. Dopo altri dieci minuti raggiunse il bordo del cratere. Il Calice di Ghiaccio.

Al centro del cerchio di rocce e ghiaccio stava il fiore. Il girasole invernale.

Era piccolo, ma la sua luce era intensa. Ardeva di un intenso e caldo colore dorato, che illuminava l’intero cratere. Il profumo era dolce; odorava di miele e rugiada.

Anselmo si inginocchiò. Estrasse dalla tasca un piccolo coltello d’argento e tagliò il fiore con tanta cura, che non danneggiasse la radice.

Per il fiore splendente aveva portato una cassetta di legno imbottita. Lo depose dentro e chiuse il coperchio. Ma la luce trapelava attraverso il legno.

Il fiore era al sicuro e la sua missione compiuta. Il priore sarebbe stato salvato.

Anselmo si rimise in cammino verso il monastero. Non sentiva più il freddo, perché portava il calore dell’Avvento nelle mani.